di Valerio Triolo, classe IIIA PT-ISS Amato Vetrano, articolo partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”

 

Montevago non è semplicemente un punto sulla mappa della Valle del Belìce. Per chi come me vive e studia il legame tra l’uomo e la terra, questo paese rappresenta una lezione vivente di resilienza: un luogo che ha saputo custodire le sue radici millenarie senza smettere di sognare il futuro.

Un viaggio che parte da lontano:  le radici arabe

Tutto ha inizio con il fascino della dominazione araba. Dove oggi camminiamo, un tempo sorgeva il casale di Mazil-sindi. Non era un posto qualunque: persino il geografo Edrisi ne scriveva con ammirazione nelle sue cronache, descrivendo un castello che dominava fiero tutta la vallata.

Col passare dei secoli, il feudo divenne  Missilincio e attraversò tempi turbolenti tra ribellioni, confische reali e passaggi di nobili famiglie. Fu solo nel 1641 che il borgo ricevette ufficialmente il nome di Montevago, grazie alla visione di Girolamo Scirotta Platamone. È incredibile pensare a quanti popoli e quante storie siano passati sotto questo cielo prima di arrivare a noi.

L’orgoglio di una comunità che si rinnova

Oggi, camminare per le vie di Montevago regala una sensazione di ordine e cura che non passa inosservata. È un paese che respira un forte senso di comunità: basti pensare all’energia del nostro Carnevale, un evento capace di unire generazioni diverse in un’unica grande festa di colori e creatività.

Ma la vera bellezza di Montevago sta nei fatti, nei cambiamenti concreti che stanno ridisegnando il volto del paese:

• Il valore del decoro: I recenti interventi di riqualificazione dell’edilizia sociale hanno restituito dignità e luce ai quartieri residenziali.

• La Chiesa Madre, simbolo di rinascita: vedere la nostra Matrice ricostruita con cura, quasi “pezzo dopo pezzo”, è stato un segnale potente. È come se la comunità avesse voluto ricomporre il proprio cuore, ferito dal passato ma pronto a battere di nuovo.

Una riflessione finale

Vedere questi miglioramenti costanti mi rende orgoglioso. Montevago ci insegna che non siamo prigionieri della nostra storia, nemmeno di quella più difficile. Partendo da un passato antico e complesso, si può costruire un presente moderno, accogliente e, soprattutto, pulito. Come futuri periti agrari, guardiamo a questo territorio con rispetto, sapendo che la bellezza di un luogo non sta solo nei monumenti, ma nella volontà di chi lo abita di renderlo ogni giorno un posto migliore in cui vivere.

Valerio Triolo, classe IIIA PT-ISS Amato Vetrano, articolo partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”