di Riccardo Bongiovanni, Classe 3°A P.T. dell’IISS Calogero Amato Vetrano, articolo partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”

Quando studiamo le materie d’indirizzo di Agraria, ci insegnano che la terra è fatta di strati, minerali, sostanze nutritive. Tutto molto concreto, tutto molto razionale. Eppure, a Sciacca esiste un luogo che sembra ribaltare queste certezze: un pezzo di terra dove non crescono né grano né ulivi, ma volti. È il terreno di Filippo Bentivegna, un uomo che ha trasformato la terra in qualcosa di completamente diverso.

Dalle Americhe al ritorno nel silenzio

La vita di Filippo sembra uscita da un film. Nato nel 1888 in una famiglia di pescatori, partì per l’America in cerca di fortuna, come tanti. Ma il sogno si spezzò bruscamente: a New York fu vittima di una violenta aggressione che gli causò un trauma cranico e la perdita della memoria. Da quel momento, la sua vita cambiò per sempre.

Quando tornò in Sicilia nel 1919, non trovò accoglienza. Anzi: venne accusato di diserzione, finì in carcere e fu etichettato come “pazzo”. Ma è proprio da quel momento che la sua storia prende una direzione inaspettata. Invece di lasciarsi schiacciare, Filippo si isolò nel suo terreno e iniziò a scavare.

Un “castello” fatto di sguardi

Noi siamo abituati a pensare ai cunicoli come strumenti utili all’agricoltura, per irrigare o drenare. Lui li scavava per trovare la materia da trasformare. Bentivegna iniziò a scolpire teste nella pietra e nel legno: migliaia di volti, uno dopo l’altro. Alcuni sorridono, altri sembrano severi, altri ancora enigmatici. Tutti, però, danno la sensazione di osservarti. Per i suoi compaesani era “Filippo il pazzo”. Lui, invece, si sentiva un re. Si faceva chiamare “Sua Eccellenza” e governava quel suo mondo con una dedizione totale. Quella che poteva sembrare ossessione, oggi la riconosciamo come una forma pura di arte.


Diceva: «Cerco la Grande Madre… Dentro la terra è il seme dell’uomo». Una frase che, per chi studia Agraria, suona quasi familiare ma allo stesso tempo profondamente diversa: come se la terra non fosse solo qualcosa da coltivare, ma anche qualcosa da cui nasce la nostra identità, appunto la Madre Terra.

Dalla solitudine al riconoscimento

Per anni, nessuno lo prese sul serio. Poi, negli anni ’50, uno scultore svedese, Lilieström, capì che dietro quel lavoro c’era molto più della follia: c’era talento. Dopo la morte di Filippo nel 1967, anche Jean Dubuffet, fondatore dell’Art Brut, rimase colpito dalle sue opere, portandone alcune fino a Losanna. Oggi quel luogo è conosciuto come il “Castello Incantato”, ed è visitato da persone provenienti da tutto il mondo.

Una riflessione personale

Quello che colpisce davvero della storia di Bentivegna è la sua capacità di trasformare il dolore in qualcosa di unico. In un mondo che lo aveva escluso, lui ha costruito un universo tutto suo, dove finalmente aveva un ruolo, un’identità, una voce. Noi, come futuri periti agrari, siamo abituati a vedere la terra come una risorsa da sfruttare e gestire. Filippo ci insegna che può essere anche molto di più: memoria, espressione, immaginazione.

Il confine tra follia e genialità, nel suo caso, è sottilissimo. Ma il segno che ha lasciato è forte, profondo, impossibile da ignorare. Forse è proprio questo il punto: anche chi viene messo ai margini può lasciare qualcosa di grande. Se capitate a Sciacca, fermatevi in quel giardino. Quei volti di pietra non sono solo sculture: sono storie, e hanno ancora tanto da raccontare.

Riccardo Bongiovanni, Classe 3°A P.T. dell’IISS Calogero Amato Vetrano, articolo partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”