di Giovanni Colletti, classe III A PT I.I.S.S. Calogero Amato Vetrano, articolo partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”
In classe abbiamo iniziato un percorso davvero particolare. Non abbiamo studiato soltanto i soliti autori distanti nel tempo, ma ci siamo immersi nella vita e nelle parole di Ignazio Russo, una figura che per Sciacca ha significato tantissimo. Lo chiamavano il “cantore delle classi meno agiate” e lavorando sui suoi testi abbiamo capito perché: Ignazio Russo non scriveva per stare sotto i riflettori, ma per dare voce a chi spesso non ne ha.
Un uomo del popolo, tra fatiche e poesia
La cosa che più ci ha colpito è che Ignazio Russo non era un “né un laureatu, né un allittratu”. Era nato in una famiglia semplice che gli ha insegnato il valore del lavoro e della responsabilità. Tutto quello che ha scritto — sulla terra negata, sulla fatica di vivere, sulle strade e i vicoli della nostra città — lo ha vissuto sulla propria pelle. È la dimostrazione vivente che la poesia è dentro ognuno di noi ; bisogna solo saper ascoltare il proprio vissuto per tirarla fuori, trovare l’occasione o meglio l’ispirazione.
La nostra Sciacca, tra ieri e oggi
Leggendo la sua poesia dedicata a Sciacca, abbiamo fatto un viaggio nel tempo. Lui la descriveva come una “innamorata”, orgogliosa delle sue mura, del castello e di un popolo nobile e civile.
Però, riflettendo insieme in classe, ci siamo chiesti: cosa scriverebbe Ignazio Russo oggi? Probabilmente sarebbe un po’ amareggiato nel vedere le mura che cadono, le “stufe” vuote e un certo senso di rassegnazione
Immagino potrebbe scrivere così:
Sciacca, tu sì sempre la mè ‘nnamurata,
t’amu cu cori e sugnu siddiatu,
ogni cuntrata è d’oru raccamata,
ma malirittu cu tarriduciu accussì
Supra d’un cozzu fusti fabbricata
e nun si’chiù attangata di li setti porti;
di mura nichi appena circunnata.
E stu casteddu è tistimunianza
d’un populu umili e scantatu,
vacanti di nubiltà e di crianza,
di la Sicilia nun sì mancu chiù u jardinu.
Ti trovi vicina a Girgenti e a Selinunti
ma: li fagni su sicchi, li tò stufi vacanti
E cu ti viri scappa e un veni cchiù
È stato un lavoro che ci ha fatto sentire più vicini alla nostra terra. Non a caso la nostra città ha dedicato un concorso di poesia proprio a lui, il “poeta del popolo”, insieme a Vincenzo Licata, il poeta del mare. È il nostro modo per dire che le sue parole continuano a camminare tra i giovani e tra i vicoli di Sciacca.


Giovanni Colletti, classe III A PT I.I.S.S. Calogero Amato Vetrano, articolo partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”