
di Christian Giarratano, classe III C Liceo Scientifico E. Fermi, articolo partecipante al Premio Giornalistico Enzo Porrello”
Sono passati quasi sette anni da quando Carlo Giarratano, capitano del peschereccio Accursio Giarratano, salvò insieme al suo equipaggio circa 50 migranti in acque SAR maltesi.
Era la notte del 25 luglio 2019 quando Carlo e i suoi uomini udirono grida d’aiuto provenire dall’oscurità. Si trattava di un gommone in avaria con a bordo circa 50 persone, tra cui donne e bambini.
Senza esitare, l’equipaggio mise i naufraghi in sicurezza tenendoli a ridosso del peschereccio e distribuendo loro acqua e cibo. Seguirono 22 ore di snervante attesa: la capitaneria di Malta non rispondeva al “mayday” lanciato dal motopesca, e si dovette attendere l’arrivo della nave italiana Gregoretti sulla quale i profughi vennero finalmente trasferiti.
In quel periodo c’erano in vigore i Decreti Sicurezza, che prevedevano sanzioni pesantissime e il sequestro dell’imbarcazione per chiunque prestasse soccorso e tentasse di entrare in acque italiane senza autorizzazione. Nonostante l’enorme rischio legale ed economico, Carlo Giarratano scelse di non voltarsi dall’altra parte.
Una lezione di umanità
Questa storia mi appartiene in un modo che va oltre la cronaca. Non è solo il racconto di un pescatore coraggioso: è il racconto di mio padre. Non l’ho solo ascoltata: l’ho respirata in casa, nelle pause di silenzio di mio padre, negli occhi che ancora oggi gli si velano quando ricorda quella notte.
Essere suo figlio significa aver imparato che il mare non divide, ma rivela chi siamo davvero. E che la dignità umana non è un principio astratto: è una rotta che si sceglie, nelle scelte di ogni giorno.
Mio padre mi ha insegnato che questa non è solo la legge del mare: è l’essenza stessa dell’umanità.
Per il suo coraggio è stato premiato più volte e ha ricevuto numerosi encomi. La sua storia ha fatto il giro del mondo, raccontata da testate internazionali come The Guardian e Vogue. Tuttavia, quello del 2019 non è stato un caso isolato: già nel 2018 aveva tratto in salvo circa 150 persone alla deriva.
Il Mediterraneo oggi
Ancora oggi, mio padre si commuove ricordando quei momenti. Quando gli chiedo un momento, una parola, un fotogramma che racchiuda il senso del suo vissuto, mi racconta di un’immagine che vale più di mille parole: il momento dei saluti.
Molte delle persone salvate, non parlando la nostra lingua, lo ringraziavano portando la mano sul petto, un gesto silenzioso ma di una potenza straordinaria che racchiudeva tutta la loro gratitudine per aver ricevuto, grazie a lui, la possibilità di una seconda vita.
Guardando quegli sguardi e vivendo questa storia accanto a lui, ho capito che nessuno deve essere lasciato in difficoltà, indipendentemente dalla sua provenienza o dal colore della pelle. Davanti al pericolo siamo tutti uguali, un valore che mio padre mi ha trasmesso con i fatti, prima ancora che con le parole.
L’immigrazione è un fenomeno strutturale e millenario, ma negli ultimi anni la traversata del Mediterraneo è diventata sempre più letale. Come dimostrano recenti studi, nonostante le oscillazioni nel numero degli arrivi, il tasso di mortalità è cresciuto notevolmente.
E il nostro Paese rappresenta un ponte naturale in questo scenario: la vicinanza estrema tra le coste nordafricane e lembi di terraferma europea come Lampedusa o la Sicilia rende questa rotta, per quanto tragica, una scelta quasi obbligata per chi fugge in cerca di un futuro.
E i ponti uniscono. Non dividono e non separano.

di Christian Giarratano, classe III C Liceo Scientifico E. Fermi, articolo partecipante al Premio Giornalistico Enzo Porrello”