di Nicola Paterna, classe IV D “I.I.S. CALOGERO AMATO VETRANO”, articolo partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”
Ieri si è celebrata la Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime delle mafie.
Tra queste vittime ricordiamo Accursio Miraglia, il sindacalista saccense che si è battuto per l’uguaglianza e la libertà dei lavoratori.

E fu per questo suo instancabile impegno che venne assassinato davanti alla porta di casa.
L’assassinio del sindacalista Accursio Miraglia segnò profondamente la Sicilia del secondo dopoguerra e lasciò un’impronta indelebile anche nella storia italiana.
Da questo tragico evento trasse ispirazione lo scrittore Leonardo Sciascia, che nel 1961 pubblicò il romanzo “Il giorno della civetta”.

In quest’opera Sciascia non si limita a raccontare una vicenda, ma denuncia apertamente il fenomeno mafioso e il clima di omertà e depistaggio che per troppo tempo lo aveva protetto.
Attraverso la forza della parola, lo scrittore ha cercato di sensibilizzare i lettori sui pericoli e sulle conseguenze della mafia, invitando i cittadini a prendere coscienza di una realtà che non poteva più essere ignorata.
Le radici del conflitto: la Sicilia dopo il 1945
Per comprendere il significato del sacrificio di uomini come Miraglia bisogna tornare agli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Era un periodo segnato da profonde disuguaglianze sociali: gran parte delle terre apparteneva a pochi grandi proprietari latifondisti, mentre i contadini vivevano in condizioni difficili, spesso privi di diritti econ scarse possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita. In questo contesto nacquero movimenti sindacali che cercavano di difendere i braccianti e ottenere una distribuzione più equa delle terre. Fu una stagione di lotte e di grandi speranze, ma anche di forti tensioni, perché cambiare quell’equilibrio significava mettere indiscussione interessi consolidati e poteri radicati.
Lavoro e diritti: il sacrificio di Accursio Miraglia
In questo clima si affermò la figura di Accursio Miraglia. Nato nel 1896 a Sciacca, dirigente della Camera del Lavoro e fondatore della cooperativa agricola “La Madre Terra”, divenne presto un punto di riferimento per molti contadini.
Il suo impegno era semplice e allo stesso tempo rivoluzionario: difendere i diritti dei lavoratori e cercare di garantire loro condizioni di vita più dignitose.
Tuttavia, questa determinazione lo portò a scontrarsi con il potere della mafia, che in quegli anni esercitava un forte controllo sull’economia agricola.
La sera del 4 gennaio 1947, Miraglia venne assassinato davanti alla porta della sua casa a Sciacca, mentre rientrava da una riunione alla Camera del Lavoro.
MFu un delitto che scosse profondamente la comunità e rappresentò uno dei tanti tentativi di mettere a tacere chi lottava per la giustizia.
Oltre l’omertà: la penna di Leonardo Sciascia
Sempre nella provincia agrigentina si trova Racalmuto, il paese natale di Leonardo Sciascia.
Sciascia scelse di opporsi al silenzio e all’indifferenza che troppo spesso circondavano questi crimini. Attraverso i suoi libri raccontò con lucidità le contraddizioni della società siciliana, denunciando il clima di paura e rassegnazione che permetteva alla criminalità di prosperare.
Con il romanzo “Il giorno della civetta” portò per la prima volta nella letteratura italiana una riflessione chiara e diretta sul fenomeno mafioso. Nelle prime pagine del libro un uomo viene ucciso in una piazza affollata, eppure nessuno sembra aver visto o sentito nulla. Questo silenzio diventa il simbolo più potente dell’omertà.
Due forme di coraggio contro il silenzio
Le vite di Accursio Miraglia e Leonardo Sciascia rappresentano due modi di opporsi alla mafia. Il primo scelse l’impegno civile, difendendo concretamente i diritti dei lavoratori e dei più deboli. Il secondo utilizzò la letteratura come strumento di denuncia e di consapevolezza.
Ricordare la figura di Accursio Miraglia significa anche rinnovare la memoria di uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e donne come Rita Atria ed Emanuela Loi che hanno sacrificato, come tanti altri servitori dello Stato, la propria vita nella lotta contro la mafia.
Le loro storie ci insegnano che la giustizia non nasce dal silenzio, ma dal coraggio di chi sceglie semplicemente di non essere complice e non voltarsi dall’altra parte. Per questo, ricordare le vittime innocenti delle mafie significa custodire una responsabilità: difendere ogni giorno la verità, la dignità e la libertà.
Finché i loro nomi continueranno a essere pronunciati, la mafia non potrà mai cancellare la memoria di chi ha avuto il coraggio di opporsi ed il loro esempio rimarrà indelebile, soprattutto per le giovani generazioni.
Nicola Paterna, classe IV D “I.I.S. CALOGERO AMATO VETRANO”, articolo partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”