di Serena Caltagirone, classe IV B Liceo Classico “T. Fazello”, partecipante al Premio Giornalistico Enzo Porrello”

C’è qualcosa nel nome della nostra città che ispira un sorriso amaro.
L’etimologia più accreditata fa risalire il termine “Sciacca” all’arabo al Saqqah: “spaccatura”,“divisione’’, con riferimento alla conformazione del suo territorio, alla sua posizione di confine tra Mazara e Agrigento.

Ma, ad un più attento esame, mi chiedo se in questa parola di origine antica non si possa scorgere il nervo scoperto dei nostri problemi più attuali: la “spaccatura”, oggi, non è tanto nel terreno, quanto tra i cittadini e nel rapporto che hanno con la loro terra.
Insomma, direbbero i Romani: “Nomen omen”, “Nel nome il destino”.
Non ci potrebbe essere termine più calzante!
Sono tante le “spaccature” che si possono riscontrare nella nostra città, soprattutto alla luce dei fatti più recenti.
Pensiamo alle “spaccature” che dal mondo politico si estendono alla sfera della società civile: quella sull’opportunità di una ZTL permanente nel centro storico oppure quella sulla location e sulle date di svolgimento del carnevale, solo per citare qualche esempio recente.
Ma la “spaccatura” senz’altro più allarmante, dal mio punto di vista, riguarda la visione di futuro che hanno i Saccensi.
Da una parte ci sono cittadini che, pur essendo consapevoli dello straordinario potenziale che Sciacca possiede, manifestano atteggiamenti di rassegnazione e pessimismo: non credono nella possibilità di un reale “decollo” per la nostra città, di uno sviluppo che riguardi tutti i settori: economia, turismo, cultura, welfare ecc.
Questi atteggiamenti sono certamente figli di legittime preoccupazioni generate da problemi oggettivi, come la carenza dei servizi pubblici e sanitari, la mancanza di opportunità lavorative stabili.
Tali problemi contribuiscono a diffondere uno stato di incertezza sull’evoluzione degli eventi e a generare un sentimento di sfiducia e impotenza, che si risolve nell’immobilismo o, nel peggiore dei casi, in una vera e propria “fuga”, per cercare altrove migliori condizioni di vita e di lavoro.
C’è anche chi preferisce solo lamentarsi rispetto a ciò che non va, abbandonandosi a polemiche sterili e inconcludenti, senza avanzare proposte e soluzioni.
Queste persone dicono di “amare” la propria città, ma in realtà non si adoperano per migliorarla o, addirittura, finiscono per abbandonarla.
Dall’altra parte c’è una categoria, forse minoritaria, di cittadini che “non amano” il proprio paese, ma solo nella misura in cui Albert Camus non amava il suo: “Io non amo il mio paese, se non amare significa denunciare quanto non è giusto in quello che amiamo, se non amare significa esigere che l’essere amato si adegui all’immagine più bella che abbiamo di lui”.
Ebbene, queste sono le persone che non vogliono arrendersi di fronte ai problemi, che hanno il coraggio di segnalare le criticità e agiscono per risolverle, o almeno ne indicano la via.
In altre parole, sono persone che si rifiutano di rifugiarsi in quel “pessimismo di comodo”, tipico di chi resta passivo o, peggio ancora, di chi giudica in modo cattedratico, senza mai spendersi fattivamente perché le cose siano diverse.
Mi sembra, dunque, evidente che il limite principale di questa città risieda nella mancanza di un autentico senso di comunità, in cui davvero tutti possano riconoscersi.
La radice latina ci ricorda che la parola “comunità” rinvia all’idea della “condivisione”: communitas deriva infatti da cum “insieme” e munus, un termine splendidamente ambiguo che significa “dono”, ma anche “compito”, “obbligo”, “dovere”.
Il termine indica, dunque, un gruppo di persone che condividono “doni” che sono nello stesso tempo “doveri”, ovvero un gruppo di persone legate da relazioni di cura e responsabilità reciproche.
Sciacca è ricca di “doni”, di risorse materiali e immateriali che appartengono a tutti e ne costituiscono l’identità: il paesaggio naturale, i monumenti, la ceramica, il corallo, i prodotti enogastronomici, il carnevale, il complesso termale ecc…
Ma è triste constatare che, pur riconoscendo il grande valore che tali “doni” possiedono, non tutti ci rendiamo conto che è “dovere” di ciascuno fare la propria parte, dare un contributo attivo per tutelarli e valorizzarli, in un’ottica di rilancio della nostra città.
Le Terme, simbolo identitario per eccellenza, oggi sembrano essersi trasformate nel proprio esatto opposto: un monumento all’onere inevaso. Ci testimoniano il potenziale immenso di questa comunità, che tuttavia resta ancora inespresso, dopo anni di chiusura e piani di rilancio inconcludenti.

Stiamo vivendo una crisi, ma forse pochi ricordano che la parola “crisi’’ è stata coniata per designare il momento di prendere delle decisioni.
Arrivati a questo punto, è compito di ogni cittadino scegliere se addebitare la colpa a qualcuno, credere e far credere di essere irrimediabilmente impotente nelle questioni che lo riguardano, oppure percorrere una strada meno battuta: smettere di alimentare la “spaccatura”, guardando ad essa come a un destino ineludibile, e assumersi la propria parte di responsabilità per ricomporla.
La speranza che le nostre istituzioni possano essere migliori di quelle che sono, delegando esclusivamente ad esse l’incarico di risolvere i problemi, non può più essere sufficiente.
Probabilmente, uscire dal proprio orizzonte limitato, per aprirsi ad altre realtà, anche vicine, che consentano di rimediare qualche termine di paragone e producano nuovi punti di vista, sarebbe il primo antidoto per promuovere una rinnovata coscienza civica, tale da risollevare le sorti di questa città.
È questo che bisognerebbe raccomandare perché la sensazione di una motivazione condivisa ritrovi, prima o poi, il suo spazio e i problemi privati possano convergere e cementarsi in una causa comune.
In definitiva, non credo servano miracoli per mettere in moto il cambiamento. Occorre solo un sano pragmatismo: dall’alto, una politica più trasparente che dialoghi maggiormente con i cittadini e che promuova la creazione di nuovi spazi di lavoro e luoghi di aggregazione; dal basso, una comunità che riscopra il senso profondo del munus: da questo punto di vista i comitati civici cittadini, le associazioni di quartiere, le attività di volontariato dimostrano che questo paese non ha perso del tutto gli anticorpi per reagire.

La “spaccatura” che Sciacca porta nel nome non deve essere per forza un punto di rottura definitivo.
In geologia, le spaccature sono anche i varchi da cui sgorgano le acque termali: che possa da ciò tornare a scorrere la prospettiva di un futuro migliore?
Spetta soprattutto a noi giovani costruire questo futuro, sostituendo alla logica della “divisione” quella della “condivisione”!
Serena Caltagirone, classe IV B Liceo Classico “T. Fazello”, partecipante al Premio Giornalistico Enzo Porrello”