La festa di San Pietro significava, negli anni 60, l’inizio dell’estate in grande stile. Noi signorine facevamo di tutto per arrivare a quella data con l’abbronzatura migliore: dovevamo indossare il nostro primo abito scollato o con le bretelline e andare a passeggiare sotto gli archi di luminarie,per farci ammirare dai nostri corteggiatori.

Il nostro abbigliamento, tuttavia, passava in secondo piano in confronto con quello delle ragazze della Marina. In occasione della loro festa di quartiere, indossavano infatti abiti molto vistosi e si “paravano” di gioielli. Erano uno sfarfallìo di lamè e lustrini dalla testa ai piedi. E non solo le ragazze, ma anche le signore sposate. Avevano aspettato tutto l’anno quella “loro” festa. Iniziava nel pomeriggio con l’antenna a mare, la cosiddetta “ntinna”, una gara tra i pescatori a camminare a piedi scalzi su un palo di legno spalmato di sapone per conquistare la bandierina issata in cima al palo stesso.

La folla si assiepava sulle banchine del porto per assistere a questo gioco popolarissimo,soprattutto fra i giovani. Il trionfatore ne portava il vanto per tutto l’anno.

Il simulacro del Santo protettore della Marina…non poteva che andare per mare: issato su uno dei pescherecci più grandi della grande flotta della città, affiancato da tante barche grandi e piccole, veniva portato fuori dalle acque del porto per una breve passeggiata che doveva propiziare , con la sua presenza e le preghiere di marinai, una buona annata di pesca. Un bellissimo spettacolo di devozione e folklore, sottolineato dalle festose note della banda musicale.

La “sagra del mare”, così venne chiamata dagli anni 80 in poi per darle una impronta più adatta alle ambizioni turistiche della città, aveva il suo culmine la sera. Una miriade di bancarelle, da un lato all’altro della strada che conduce dalla Chiesa alla Piazza Dogana, attiravano il nostro interesse. Ogni anno mi compravo un bel cappello da portare in spiaggia per tutta l’estate. Aspettavo proprio la festa di San Pietro per comprarlo. A mia madre regalavo sempre un bel ventaglio: ce n’erano tantissimi in bella esposizione. Ci si soffermava a comprare bijoux : collanine, bracciali, orecchini. C’era in giro l’odore caratteristico della zona portuale, ma non ci facevamo caso. Costavano poco e facevano figura. E poi c’era la mitica “padellata” con la frittura di pesce da offrire gratuitamente ai tanti temerari che riuscivano a farsi largo tra la folla e avvicinarsi per ricevere il “coppo”.

Dopo la processione, quando il simulacro del Santo tornava nella sua chiesetta, prendeva il via lo spettacolo sul palco. La gente aspettava “i cantanti”, personaggi del mondo musicale preferiti dalla gente del quartiere. Se ne stavano lì ad aspettare per delle ore, portandosi dietro le sedie da casa, pur di non perdere quello spettacolo atteso per un anno intero. Un festa di popolo, colorata, chiassosa, partecipata, con il calore e l’entusiasmo che solo la gente di mare sa mettere nelle sue cose. Noi “cittadini” ne eravamo solo spettatori un pò disincantati, con una certa aria di sufficienza per certi comportamenti e abitudini di quelli del posto. Non potevamo capire quanto cuore, sentimento e passione il popolo della Marina riversasse in quei tre giorni nella “sua” festa. Sì perchè nonostante siamo tutti sciacchitani, ciascuno di noi appartiene per nascita al suo quartiere. Ne prendiamo le caratteristiche, il linguaggio, i comportamenti. Città nella città.

Ma , in tutto questo, San Paolo che fine aveva fatto? Inevitabilmente messo da parte, in secondo piano, da Pietro, che, come protettore dei marinai, era il vero, unico protagonista della festa del 29 Giugno. E noi ragazze, dopo aver preso una bella brioche con il gelato da un baracchino, massimo alle 10 dovevamo rientrare a casa, altrimenti erano guai con i nostri genitori. E non vedevamo i fuochi d’artificio… ne sentivamo i botti quando già eravamo a letto. Con essi e solo con essi la festa di San Pietro era per quell’anno finita.

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