
Il tema della sicurezza nel centro storico di Sciacca è ormai entrato, comprensibilmente, nel dibattito cittadino.
Gli interventi pubblicati in questi giorni hanno evidenziato la necessità di maggiori controlli, di un presidio più efficace del territorio, di un piano per il centro storico e di una più stretta collaborazione tra istituzioni, operatori economici e cittadini.
Sono temi importanti e sui quali sarà necessario attendere risposte concrete.
Ma forse, arrivati a questo punto, occorre provare ad andare oltre l’ennesimo elenco di richieste e domandarsi che tipo di modello di sicurezza e di vivibilità vogliamo costruire per Sciacca.
E c’è una premessa che, personalmente, ritengo doverosa.
Anche il modo di raccontare la sicurezza è una questione di responsabilità
A prescindere da qualsiasi valutazione sugli episodi accaduti, personalmente continuo ad avere qualche perplessità sulla diffusione dettagliata di notizie riguardanti risse e aggressioni.
Non perché tali fatti debbano essere nascosti o non debbano essere raccontati quando hanno una rilevanza pubblica.
Ma perché una cronaca particolarmente dettagliata e insistita può, in determinate circostanze, diventare involontariamente propedeutica all’emulazione, oltre a contribuire a creare una percezione di insicurezza più ampia rispetto alla reale dimensione del fenomeno. E a tal proposito c’è poi un’altra considerazione che riguarda direttamente Sciacca.
Siamo una città che vive anche di turismo e di ospitalità. La nostra immagine viene costruita ogni giorno attraverso ciò che vedono i visitatori, ciò che raccontano i residenti e, sempre più spesso, ciò che viene pubblicato e condiviso sui social. Una successione di notizie riguardanti episodi di violenza rischia di diventare essa stessa una rappresentazione della città. Occorre evitare che la cronaca finisca per diventare più forte della realtà quotidiana di una città che vuole continuare ad accogliere visitatori.
Non soltanto più controlli: bisogna capire dove, quando e perché
Se il tema è quello della prevenzione, la domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quante pattuglie possiamo mettere in strada?”.
Dovremmo anche chiederci: dove servono, quando servono e quali sono le condizioni che favoriscono le situazioni di conflitto?
Da qui potrebbe nascere una prima proposta concreta: realizzare una sorta di mappa della vivibilità del centro storico.
Non una mappa delle risse.
Una mappa delle criticità.
Illuminazione insufficiente, zone scarsamente frequentate, problemi di viabilità, assembramenti, aree prive di attività nelle ore serali, punti nei quali si concentrano segnalazioni di disturbo o degrado.
Un’analisi di questo tipo permetterebbe di intervenire sulle condizioni che precedono il problema, anziché limitarsi a intervenire quando il problema si è già manifestato.
La sicurezza può diventare una responsabilità condivisa
Un secondo elemento sul quale, forse, si potrebbe lavorare maggiormente è il coinvolgimento degli operatori.
Bar, ristoranti, strutture ricettive, commercianti e attività del centro storico sono presenti sul territorio molto più a lungo di qualsiasi servizio straordinario di controllo.
Potrebbero quindi costituire una vera rete di prevenzione.
Non trasformandosi in controllori, naturalmente, ma attraverso procedure semplici e condivise per segnalare tempestivamente situazioni di criticità e per favorire la collaborazione con le autorità.
Una struttura ricettiva, ad esempio, dovrebbe poter contare su un canale istituzionale chiaro per segnalare una criticità ricorrente nella propria zona.
Un commerciante dovrebbe poter comunicare rapidamente un problema di illuminazione, degrado o sicurezza.
Un ristoratore dovrebbe sapere a chi rivolgersi quando una situazione rischia di degenerare.
Non sono misure spettacolari.
Ma è spesso attraverso queste piccole connessioni che nasce un sistema di prevenzione efficace.
Un codice per una “movida responsabile”
Sciacca potrebbe inoltre sperimentare qualcosa di diverso dalle sole ordinanze.
Un codice volontario per la movida responsabile, sottoscritto dagli operatori che intendano aderire.
Regole condivise sulla gestione degli spazi esterni, sull’assistenza alle persone in evidente stato di alterazione, sulla segnalazione delle situazioni problematiche e sulla collaborazione con le autorità.
Chi aderisce potrebbe essere riconoscibile attraverso un marchio.
Non una certificazione della “sicurezza” dell’esercizio, ma il riconoscimento di un impegno concreto per la qualità e la vivibilità del centro storico.
Sarebbe un modo per trasformare gli operatori economici da semplici destinatari delle regole a parte attiva della soluzione.
Il centro storico non deve essere soltanto controllato: deve essere vissuto
C’è poi un aspetto forse ancora più importante.
Un centro storico vivo è anche un centro storico più controllato socialmente.
Più famiglie, residenti, visitatori, iniziative culturali, attività commerciali e occasioni di aggregazione significano maggiore presenza di persone e, conseguentemente, minori spazi di anonimato.
Per questo la sicurezza dovrebbe essere inserita all’interno di una strategia più ampia di rivitalizzazione del centro storico.
Non soltanto telecamere e pattuglie, dunque, ma anche cultura, commercio, eventi, illuminazione, arredo urbano, servizi e attività capaci di riportare persone nel cuore della città.
E poi bisogna misurare ciò che si fa
Infine, una proposta molto semplice: ogni intervento sulla sicurezza dovrebbe essere accompagnato dalla possibilità di verificarne nel tempo i risultati.
Un report periodico sulla vivibilità del centro storico, con dati aggregati e senza alcun riferimento personale, potrebbe indicare il numero degli interventi effettuati, delle segnalazioni ricevute, delle criticità risolte e delle azioni realizzate.
In questo modo il dibattito pubblico potrebbe progressivamente passare dalla domanda:
“Che cosa è successo questa volta?”
alla domanda, molto più utile:
“Le misure che abbiamo adottato stanno funzionando?”
È una differenza sostanziale.
Sciacca non ha bisogno di nascondere i propri problemi
Il punto, alla fine, è proprio questo.
Non credo che Sciacca debba nascondere i propri problemi di sicurezza.
Ma non credo neppure che debba finire per raccontarsi prevalentemente attraverso di essi.
Una città turistica deve essere trasparente, ma deve anche essere capace di trasmettere serietà, capacità di governo e fiducia.
Il turista non pretende di visitare una città nella quale non possa accadere nulla.
Si aspetta, piuttosto, di trovare una città nella quale eventuali problemi siano affrontati con tempestività, professionalità e senso di responsabilità.
Per questo, dopo le richieste già avanzate in questi giorni, sarebbe forse il momento di fare un passo ulteriore.
Non soltanto chiedere più controlli, ma costruire un sistema.
Non soltanto intervenire dopo, ma prevenire prima.
Non soltanto raccontare l’episodio, ma raccontare anche ciò che viene fatto per impedirne il ripetersi.
E soprattutto non consentire che pochi episodi finiscano per definire l’immagine complessiva di Sciacca.
Riassumendo: il vero obiettivo non dovrebbe essere quello di avere un centro storico semplicemente più sorvegliato; dovrebbe
essere quello di avere un centro storico più vivo, più frequentato, più curato, più accogliente e, proprio per questo, più sicuro.