Ieri sera “La casa del Granella”, nella riduzione teatrale operata da Leonardo Angelo Pumilia della novella di Luigi Pirandello, è stata messa in scena nell’anfiteatro comunale di Montevago, alla presenza della sindaca on. Margherita La Rocca Ruvolo.

Anche questa “trasferta” montevaghese della compagnia amatoriale saccense, assai ben diretta dalla regia esperta di Angelo Pumilia, ha riscosso il caloroso apprezzamento del pubblico, accorso numeroso nella bella struttura ad anfiteatro all’aperto che ha ospitato l’evento teatrale.

Bravi tutti gli attori, che ricordiamo in ordine di apparizione: Anita Lorefice, Totò Di Marca, Marianna Musso, Antonietta Garaffa,Vincenzo Leone, Vincenzo Indelicato, Paoli Ali, Paola Bono, Renato Sanfilippo, Luigi Ciaccio, Giovanna Maria Craparo.

L’iniziativa “Casa del Granella” è dei Rotary Club di Sciacca e Menfi, i cui presidenti Aldo Misuraca per Sciacca, Aldo Cinao per Menfi e Leonardo Mauceri per Rotary Fondation ne hanno illustrato le finalità benefiche prima dell’inizio dello spettacolo: tutti gli incassi delle diverse rappresentazioni vengono infatti destinati alla sezione organizzativa mondiale del Rotary che opera sul terreno delle grandi tematiche internazionali, come ad esempio la pace, l’ambiente, ecc.

Prossimo appuntamento con la Casa del Granella” il 26 agosto a Borgo Bonsignore (Ribera).

Con l’occasione Vi riproponiamo l’articolo della nostra Filena Rizzuto, scritto in occasione della rappresentazione messa in scena a Sciacca lo scorso 19 luglio.

“La casa del Granella” di Pirandello tra scienza, superstizione e tribunali

DiFILENA RIZZUTO

 LUG 20, 2026

Molto prima che algoritmi e shitstorm digitali dominassero le nostre vite, Luigi Pirandello aveva già capito tutto: la verità dei fatti non può nulla contro la “Verità degli Altri”. Lo ha dimostrato ieri sera lo spettacolo de La casa del Granella, andata in scena nella suggestiva cornice dell’atrio inferiore del comune di Sciacca, con il patrocinio del Rotary Club. L’intero ricavato della serata sarà devoluto alla LILT, per contribuire all’acquisto di un pulmino destinato ai pazienti oncologici del territorio: un gesto che trasforma una serata di teatro in un concreto atto di cura verso i bisogni della comunità.

La trama, seppur semplice, è una trappola psicologica e giuridica: la Causa 54, Granella contro Piccirilli, locatore contro conduttore. Il protagonista che dà il nome alla novella, Bernardo Granella, possiede un palazzo nobiliare ma si ritrova isolato dopo la fuga dei Piccirilli: nessuno vuole più quell’immobile, nemmeno in forma gratuita per tre mesi, perché la città ha decretato che lì ci sono gli spiriti.

Gli spiddi non sono un’invenzione a tavolino, ma appartengono al sostrato più autentico della cultura popolare siciliana. Pirandello non inventa questa credenza: l’osserva, la rispetta nella sua funzione sociale e la trasforma in una macchina teatrale dove il soprannaturale è solo un pretesto per esorcizzare il vero demone: il giudizio altrui.

Granella da uomo razionale, non teme i fantasmi, ma il “virus psichico” del pregiudizio. Disperato, intenta una causa per diffamazione e risarcimento danni per infamia, mentre l’avvocato della controparte, Zummo, fatica a trovare un appiglio giuridico per difendere i clienti dal reato di… superstizione.

A uno sguardo più attento, emerge chiaramente il raffinato dispositivo stilistico che Pirandello utilizza quando oppone la Verità oggettiva alla “Verità degli Altri”. In Granella, il ricorso disperato del protagonista alla “conferma giudiziale”, il voler portare i fantasmi in tribunale per ottenere un pezzo di carta che dichiari la casa non infestata è l’esatto opposto (eppure analogo) di quanto compie il famigerato Rosario Chiarchiaro ne La patente. Lì, la vittima dello iettatore chiede al giudice il riconoscimento ufficiale del proprio “status” per farne un mestiere; qui, Granella chiede alla legge di certificare il contrario. Entrambi, però, si muovono nello stesso secondo volume delle Novelle per un anno, scontrandosi con lo stesso paradosso: la legge non può nulla contro la percezione collettiva.

Questo cortocircuito concettuale trova il suo culmine filosofico nel finale potente di Così è (se vi pare) dove la signora Ponza, davanti ai tentativi insensati della prefettura di scoprire la verità assoluta sui fatti, sentenzia: “Io sono colei che mi si crede“. In Pirandello, il fantasma non è un’entità soprannaturale, ma un virus psichico alimentato dal giudizio altrui. Come nei moderni shitstorm digitali, una volta che ti appiccicano un’etichetta, nessun tribunale reale o virtuale può davvero cancellarla.

Dallo spettacolo di ieri è emerso con forza uno scontro tra scienza e popolo, che grida al delirio collettivo: “Siamo stati perseguitati dagli spiriti infernali! Al manicomio dovevate andare!”. La realtà oggettiva capitola di fronte al “si dice”, sintetizzato da adagi popolari come “Megghiu diri chi sacciu ma chi sapia” o dal devastante “Io non ho visto ma lo so, tutti lo dicono”. È lo stesso meccanismo, in fondo, che oggi chiamiamo con altri nomi, ma che resta identico nella sostanza: la piazza (digitale o reale) che sostituisce i fatti con la loro versione più condivisa. Alla fine Granella nonostante vince la causa, non regge il vuoto: la pressione sociale altera la sua stessa percezione, facendogli sentire rumori e vedere ombre. È il trionfo della suggestione: la vittima rimane intrappolata nella bugia della collettività.

Sotto la guida di Leonardo Angelo Pumilia, il dramma si trasforma in una giostra brillante e scorrevole. Pumilia rifiuta etichette altisonanti come “regista” o “attore”, definendosi con orgogliosa umiltà un “artigiano del teatro”. A lui il grande merito per l’eccellente lavoro drammaturgico fatto a monte, con cui ha riadattato la novella in un testo teatrale organico, ricco di ritmo e battute, arricchendolo anche di nuovi personaggi.

Sul palco, il declino del protagonista prende vita grazie alle interpretazioni di Luigi Ciaccio, Anita Lorefice, Totò Di Marca, Marianna Musso e Antonietta Garaffa, Vincenzo Leone, Vincenzo Indelicato, Paolo Alì, Renato Sanfilippo, Paola Bono e Maria Giovanna Craparo.

Ma il valore di questo spettacolo non sta solo nel testo e nella regia: accanto al valore artistico, c’è una storia umana che merita di essere raccontata. Questo spettacolo è il risultato del lavoro di un gruppo di attori non professionisti accomunati da una passione autentica, viscerale e contagiosa. Di quelle che non si fermano davanti a nessuna difficoltà.

Qui emerge la parte più nobile dell’”arte dell’arrangiarsi”: il desiderio profondo di fare cultura e fare comunità anche quando i mezzi sono pochi e gli spazi istituzionali scarseggiano. La maggior parte delle prove di questo spettacolo non si sono tenute nei classici posti preposti, ma nell’intimità e nel calore della casa privata di Angelo Pumilia. Non posso fare a meno di condividere il mio stupore genuino nel vedere, in una dimensione domestica e quotidiana, il regista Angelo Pumilia mentre dirigeva gli attori nel salotto di casa. Veder nascere l’arte tra le pareti domestiche, tra una battuta provata a memoria e un caffè condiviso, mi regalava ogni sera, durante la mia passeggiata salutare in zona Stazzone, un senso di meraviglia infinita. Ed è, ad avviso della scrivente, questa dimensione quasi clandestina, a infondere nello spettacolo un’anima sincera e un’energia caldissima che sul palco ha fatto sicuramente la differenza.

L’impegno, la dedizione e la voglia di mettersi in gioco sono stati ampiamente ripagati dalla straordinaria risposta del pubblico. Un pubblico che ha sfidato il grande caldo e diciamocelo  ha persino preferito essere lì anziché guardare la finale dei Mondiali.

Il premio Nobel, Luigi Pirandello, ci lascia con una domanda scomoda, che oggi risuona più forte che mai tra un post e l’altro: quanto della nostra realtà è costruito sui fatti, e quanto sulle “voci di corridoio” e sui post degli altri?

La casa di Granella, in fondo, è il simbolo di una società che, ieri come oggi, preferisce di gran lunga il chiacchiericcio a una verità noiosa. Prima viene quello che si dice, poi la verità: il famoso “si dice che”…. o come dice qualcuno di mia conoscenza ricinu…ma ricinu chi?