di Gaia La Rocca – classe V D Liceo Scientifico E. Fermi di Sciacca – partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”
A Sciacca il Carnevale non arriva all’improvviso.
Si sente prima.
Nel rumore dei capannoni che si riempiono di vita, nelle mani sporche di cartapesta, nelle conversazioni che iniziano con “Quest’anno il carro parlerà di…”.
È come se la città iniziasse a respirare in modo diverso, più veloce, più unito.
Per molti è una festa.
Per chi cresce qui, invece, è qualcosa che ti accompagna da sempre. È il ricordo di quando da piccoli si guardavano i carri con il naso all’insù, ma è anche la scoperta, da più grandi, di quanta fatica, creatività e passione ci siano dietro quei momenti che sembrano solo divertimento.
L’arte che nasce lontano dal palco
La parte più vera del Carnevale non si vede subito. Sta nei capannoni, dove per mesi i carristi progettano, saldano, modellano, dipingono. I carri allegorici non sono solo strutture enormi e colorate: sono storie che prendono forma. Raccontano la politica, i problemi della società, le contraddizioni del nostro tempo, usando l’ironia e la satira come strumenti per far riflettere.Guardandoli sfilare, si capisce che non si tratta solo di spettacolo, ma di un linguaggio. Un modo con cui la città parla di sé stessa. Un modo popolare, diretto, che arriva a tutti.

I gruppi mascherati: la cura nei dettagli, l’energia delle persone
Accanto ai carri, però, ci sono loro: i gruppi mascherati. Sono quelli che trasformano la sfilata in qualcosa di vivo, che si muove, che balla, che coinvolge. Dietro ogni gruppo c’è un lavoro che dura mesi. I costumi non sono comprati a caso: vengono ideati, cuciti, decorati a mano, con una cura incredibile per i dettagli. I colori devono richiamare il tema del carro, le forme devono essere visibili da lontano, ogni elemento deve contribuire a creare un colpo d’occhio capace di stupire. Ma la vera forza è nelle persone. Ragazzi, adulti, bambini: intere famiglie si incontrano la sera per provare le coreografie. Si ripetono i passi decine di volte, si ride quando si sbaglia, si ricomincia insieme. Non è solo preparazione tecnica: è condivisione, è imparare a fidarsi degli altri, a muoversi come un unico corpo.Quando poi sfilano, non portano solo costumi e musica. Portano entusiasmo, orgoglio, voglia di rappresentare il proprio gruppo e, in fondo, la propria città. E il pubblico lo sente: batte le mani, canta, si lascia trascinare. Per qualche ora non esistono differenze, ma solo energia che si muove per le stesse strade.

Una città che si riconosce
Durante il Carnevale, Sciacca cambia volto. Le strade si riempiono, le generazioni si incontrano. I nonni raccontano i carri di una volta, i bambini guardano tutto con meraviglia, i ragazzi vivono la festa come uno spazio di libertà e appartenenza.In un periodo in cui spesso si parla di giovani che vogliono andare via e di città che si svuotano, il Carnevale dimostra che Sciacca sa ancora creare occasioni per stare insieme. Sa ancora sentirsi comunità.
Una tradizione che ha bisogno di futuro
Proprio perché è così importante, il Carnevale non può essere dato per scontato. I carri costano, i gruppi mascherati investono tempo ed energie, l’organizzazione richiede impegno continuo. Se questa festa è davvero un patrimonio della città, allora va sostenuta con progetti per i giovani, spazi per lavorare tutto l’anno, percorsi che trasformino questa passione in competenze.Perché qui non si impara solo a ballare o a costruire un carro. Si impara a collaborare, a rispettare i tempi, a trasformare un’idea in qualcosa di concreto. Si impara che la bellezza nasce dall’impegno.
Il Carnevale come bene di tutti
Il Carnevale di Sciacca non appartiene solo a chi lo organizza o a chi sfila. Appartiene a tutti noi. È un bene comune, come il mare che bagna la città o le sue piazze piene di storia.Ogni carro che si illumina, ogni gruppo mascherato che entra in scena, ogni sorriso sotto una pioggia di coriandoli è la prova che Sciacca sa ancora immaginare qualcosa di bello insieme.E forse è proprio questo il suo valore più grande: ricordarci che una città non è fatta solo di problemi, ma anche di persone che, unite, sanno trasformare la fatica in festa e la tradizione in futuro.
Gaia La Rocca (classe V D Liceo Scientifico E. Fermi di Sciacca) partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”