Ci indigna fortemente che la politica,in questi giorni, imbratti con la sua propaganda una Istituzione cardine della nostra nazione, che si ispira e promuove la libertà di espressione, di pensiero, di coscienza e di religione, nel rispetto reciproco di tutte le persone che la vivono. In essa ognuno, con pari dignità e nella diversità dei ruoli, opera per garantire la formazione alla cittadinanza, la realizzazione del diritto allo studio, lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno e il recupero delle situazioni di svantaggio, in armonia con i princìpi sanciti dalla Costituzione e dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, approvata dall’ONU il 20 novembre 1989, e con i princìpi generali dell’ordinamento italiano.

Ho chiesto ad alcune amiche il loro parere sul dibattito in corso nel nostro Paese e sulle sue implicazioni sociali.
Viviana Rizzuto

La scuola in cui impariamo a vivere
Le dichiarazioni della Presidente Meloni e, il giorno successivo, quelle del Presidente Mattarella pongono una questione che va oltre le singole misure annunciate. Meloni propone un numero massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo di imparare l’italiano per i genitori di ragazzi con gravi difficoltà di inserimento e il divieto di burqa e niqab a scuola. Mattarella ricorda invece che «la scuola è aperta a tutti» e che deve creare legami, evitare ghetti e barriere, produrre coesione sociale.Il punto, allora, forse è ancora più a monte: a cosa deve prepararci la scuola?
Sono una cittadina italiana e sono la mamma di due figli italo-francesi. Quando penso alla scuola che vorrei per loro, penso innanzitutto al tipo di adulti che vorrei diventassero. Vorrei che imparassero a stare nel mondo con curiosità, libertà e fiducia. Vorrei una scuola che li preparasse a vivere nel mondo che abiteranno, non ad avere paura del mondo che cambia.
Un mondo plurale, fatto di lingue, culture, storie e appartenenze diverse. E non considero questa pluralità una difficoltà inevitabile con cui dobbiamo imparare a fare i conti. La considero una fortuna. Perché crescere accanto a qualcuno che ha un’altra storia, parla un’altra lingua o guarda il mondo da un punto di vista diverso dal nostro allarga i confini di ciò che conosciamo. La diversità non sottrae identità: aggiunge possibilità.
Per questo faccio fatica a riconoscermi nell’idea di stabilire quanti bambini stranieri possano stare in una classe. Conosco direttamente una scuola romana nella quale, in una classe, ci sono due bambini italiani e ventiquattro di altre nazionalità. Funziona straordinariamente bene. Quei bambini attraversano ogni giorno lingue, culture e modi diversi di guardare il mondo. Non stanno perdendo qualcosa: stanno imparando, molto presto, ad abitarlo.
E forse dovremmo osservare maggiormente proprio i bambini. Molte delle barriere che noi adulti costruiamo, loro non le vedono finché non siamo noi a insegnargliele. È difficile immaginare una scuola che educhi alla convivenza se la prima risposta alla diversità diventa stabilire quanta possiamo accoglierne dentro un’aula.
Anche sulla lingua preferisco alla logica dell’obbligo quella dell’incontro. Immagino scuole nelle quali i genitori possano imparare l’italiano e, nello stesso tempo, mettere a disposizione le proprie lingue e culture: qualcuno insegna italiano, qualcun altro arabo, francese, bengalese o cinese. Non una concessione unilaterale, ma uno scambio. Non soltanto integrazione, ma reciprocità.
Anche rispetto al velo integrale, pur comprendendo le questioni di riconoscibilità e di parità tra uomo e donna richiamate nel dibattito, mi interroga il punto di partenza. Preferisco una scuola capace di costruire libertà, confronto e consapevolezza piuttosto che una scuola nella quale il primo gesto nei confronti di una differenza sia vietarla.
Mattarella ha definito la scuola una leva di integrazione. È una prospettiva nella quale mi riconosco, ma che mi fa venire voglia di spingere il pensiero ancora un po’ più avanti. Persino la parola “inclusione”, che utilizziamo con le migliori intenzioni, contiene implicitamente un dentro e un fuori: qualcuno che include e qualcuno che deve essere incluso.
Forse l’ambizione della scuola dovrebbe essere arrivare al punto in cui quella parola non serva più. Nessuno include nessuno, perché nessuno è fuori. La scuola, prima ancora di prepararci al lavoro o di trasmetterci conoscenze, è uno dei primi luoghi nei quali facciamo esperienza della società. È lì che possiamo imparare, da bambini, ciò che ci verrà chiesto per tutta la vita da adulti: incontrare ciò che non conosciamo senza averne paura, riconoscerci diversi senza considerarci distanti.
Perché una scuola che ci insegna ad attraversare le differenze non ci prepara soltanto al mondo: ci prepara a renderlo migliore.
Ivana Dimino

La scuola è il luogo in cui ogni bambina, bambino e adolescente deve poter imparare, crescere, costruire relazioni e immaginare il proprio futuro. Per questo mi preoccupa profondamente qualsiasi posizione che rischi di limitare questo diritto in base alla provenienza, alla cittadinanza o alla lingua parlata in famiglia.
La scuola non è un privilegio per alcuni: è un diritto di tutti. Lo afferma l’articolo 34 della Costituzione — «la scuola è aperta a tutti» — e lo ribadisce la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che vieta ogni discriminazione, tutela il superiore interesse del minore e riconosce il diritto all’educazione in condizioni di pari opportunità.
Essere discriminati, separati o rappresentati come un problema può incidere profondamente sul benessere psicologico di un bambino o di un ragazzo: può compromettere il senso di appartenenza, l’autostima, la fiducia negli adulti e nelle istituzioni, la costruzione della propria identità e persino la possibilità di apprendere. Quando un bambino percepisce di non essere pienamente accolto, non viene colpito soltanto il suo diritto allo studio: si minano alla base il suo percorso di formazione e la sua crescita emotiva, relazionale e sociale e questo vale sia per i bambini e ragazzi stranieri, tanto quanto per tutti gli altri.
Parlare una lingua diversa non può essere un ostacolo e la risposta non può essere separarlo p emarginarlo: lo Stato, che è garante dei diritti di tutti, deve potergli offrire più sostegno, più strumenti e più opportunità, al pari di tutti.
La scuola non deve alzare barriere né creare ghetti. Deve essere il luogo in cui le differenze si incontrano, le distanze si riducono e si impara a vivere insieme. Prima di essere italiani o stranieri, sono tutti bambini e ragazzi. E tutti hanno lo stesso diritto di essere accolti, formati e accompagnati nella propria crescita.
Gisella Mondino

Come è facile capire, nelle scuole la soluzione di cui in questi giorni si parla ha solo implicazioni politico-strategiche di enorme rilevanza. Antropologicamente parlando, le lingue e i gruppi umani sono sempre in movimento e si evolvono attraverso il dialogo e il rispetto dell’altro, senza prevaricazione, nel rispetto dei bisogni primari e secondari che danno dignità agli uomini, alle donne, ai giovani e ai bambini che delle scuole sono i veri protagonisti insieme all’IA e alla cultura glocale che avanza secondo nuovi modelli linguistici
Riproporre la ‘questione della lingua’ è, oggi, anacronistico. Non è più il tempo e la scuola di Dante, di Bembo, di Manzoni e altri autorevoli intellettuali che hanno vissuto un altro tempo. E’ sotto gli occhi di tutti che solo la lingua non crea un’unica cultura tra le regioni d’Italia. Alla cultura e alla lingua italiana vanno riconosciuti l’importanza e il valore culturale ed economico. Ma, non in termini percentuali. La Scuola e’ luogo di crescita e opportunità.
Serve una politica che affronti con realismo e senza ideologie le sfide della scuola e della società multiculturale.
Fissare entro numeri e percentuali, che già esistono nella legislazione scolastica italiana, questioni politiche risponde solo a logiche elettorali.