
Articolo pubblicato sul Corriere della Sera in data odierna


L’arcivescovo Paglia: «Gli anziani, un vero popolo. Sono contrario all’eutanasia, ma dico no all’accanimento”.
Vincenzo Paglia è l’arcivescovo che ha presieduto la Pontificia Accademia per la vita del Vaticano. Ci conosciamo da decenni e abbiamo sempre incrociato pensieri, dubbi e valori. Oggi uscirà un suo libro: «L’età grande. I diritti degli anziani e i doveri della società»pubblicato da Piemme.
Don Vincenzo — tutti, per fortuna, lo chiamano da sempre così — come si definisce oggi un anziano? La vita media negli anni Venti del Novecento era di cinquant’anni, oggi è di ottantatré. Una vera rivoluzione…
«L’anziano è colui che sta vivendo l’ultima parte della sua vita dopo che la scienza e lo sviluppo civile hanno portato la vita a un prolungamento di 20-30 anni. Abbiamo davanti una vera e propria generazione. È un evento che accade per la prima volta nella storia. Oggi per la prima volta convivono almeno quattro generazioni: bambini, giovani, adulti e anziani. È come se fosse nato un palazzo a quattro piani».
Ma la distribuzione degli inquilini non è equilibrata…
«Sì, l’ultimo piano è sempre più affollato. Ma il primo, purtroppo, è ormai quasi vuoto. E spesso non ci sono più né scale, né ascensori. Si sono rotti o sono inagibili. Il dialogo tra le generazioni è un problema serio. La vecchiaia è oggi un tempo inedito nella storia dell’umanità. E per comprenderlo sembra non esercitarsi nessun pensiero, né politico, né economico, né culturale, né spirituale, né sanitario. Faccio un solo esempio che riguarda il mio campo. In tutte le diocesi c’è un prete per i giovani, in nessuna un prete per gli anziani. Che, peraltro, sono quelli che credono di più, frequentano di più e partecipano di più alla vita delle parrocchie».
Un tempo si andava in pensione e l’abbandono del lavoro era l’inizio di una discesa. Oggi, tra la pensione e la fine della vita, possono passare trent’anni. Che succede in quel tempo lungo, come si riempie la vita?
«Questa è la domanda! E un’età inedita, da inventare. C’è bisogno a mio avviso di un vero cambio culturale. La vecchiaia non è più Senectus ipsa est morbus, un sinonimo di malattia. La vecchiaia non è uno scarto. La vecchiaia è una risorsa. È indispensabile che si riconoscano i diritti di questo enorme popolo, che noi abbiamo scoperto amaramente durante il Covid. È stata la generazione più falcidiata. In quei giorni si è consumata la sublimazione della contraddizione di una società che per un verso ci fa vivere di più e per l’altro verso non ci sa far vivere. Quantità e qualità, l’eterno dilemma della modernità».
Quelle bare sui camion a Bergamo…
«Il Covid si è preso gli anziani nella solitudine e talvolta nell’abbandono. Sono morti a decine di migliaia. Gli anziani non sono una terra incognita. È un popolo che in Italia conta 14 milioni di esseri umani. Siamo il secondo Paese al mondo per percentuale di anziani. Non è un popolo da scartare, ma da capire e da coinvolgere nella stessa società. Nella nostra bella Costituzione non si parla dei diritti degli anziani e mi sto battendo perché l’Onu istituisca un ente per gli anziani come è l’Unicef per i bambini».
Ho seguito il grande lavoro che, sul piano medico-scientifico, ha fatto il professor Roberto Bernabei per scuotere, come fai tu con questo libro, la coscienza delle istituzioni e del Paese. Se tu dovessi dire le tre priorità?
«In primo luogo riconoscere i diritti di questo popolo. Permettere loro di continuare a vivere laddove sempre sono vissuti. E sconfiggere l’idea del “pensionamento”, cioè l’idea di essere divenuti uno scarto sociale. Gli anziani possiedono una vocazione naturale umanizzare la società. E una stagione fragile, certamente, insidiata dalla malattia ma anche dai pregiudizi dell’uomo, eppure vaso che accoglie il tesoro preziosissimo di una umanità vissuta, meditata, radice della vita dei più giovani e memoria sapida del tempo trascorso. Una stagione che ha ancora un proprio futuro, lo dico testimoniandolo personalmente, un tempo in cui è ancora possibile inventare, creare, generare il nuovo».
La formazione permanente non potrebbe essere la chiave? Si finisce di lavorare ma non di studiare, di capire il mondo.
«Si era pensato una volta alla formazione permanente, ma questa ispirazione si è scontrata con quella cultura dello scarto che è sempre più radicata. Sento invece il bisogno di una formazione che responsabilizzi pienamente gli anziani. lo faccio parte di questa prima generazione di anziani di massa. Noi abbiamo conosciuto l’Italia del dopoguerra, sappiamo cosa vuol dire la guerra. Non perché l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle, ma per le conseguenze che abbiamo conosciuto. Immagina che bello sarebbe se ci fosse oggi una marcia di ottantenni contro il risorgere della follia della guerra. È davvero il caso di dire che siamo tutti sulla stessa barca. Abbiamo liberato i bambini e i disabili, abbiamo combattuto il razzismo e l’apartheid, la Shoah e le segregazioni per razza, religione ed etnia. Oggi dobbiamo liberare gli anziani dal ghetto culturale, antropologico, politico e sociale in cui li abbiamo rinchiusi: un’età da scartare».
Questo mondo è sempre più tecnologico. Non si vive senza e fuori dalle dinamiche delle reti, degli algoritmi, dell’interconnessione. Non è questo un ulteriore fattore di discriminazione e di emarginazione? Accendere un televisore era possibile per tutti, districarsi con i device un po’ meno…
«Quando celebro le cresime dico sempre ai bambini di aiutare i nonni a usare il computer, per evitare che siano tagliati fuori. I ragazzi mandano i messaggi, i nonni sono abituati a scrivere lettere: il frammento e il senso. Nella relazione nonni-nipoti si sperimenta il primato della relazione umana sulla tecnica. Nel loro rapporto c’è una forza affettiva originale. I primi vivono più a lungo e possono vedere crescere i figli dei loro figli. I secondi sono pochi e, in una società distratta e spesso anaffettiva, possono trovare nei nonni quella garanzia di affetto e di sapienza che spesso manca. C’è una complicità affettiva che può persino arrivare all’impossibile: a sconfiggere, sostituendosi ad essi, i telefoni cellulari».
Gli anziani, naturalmente, hanno una maggiore predisposizione alla paura rispetto al sogno. Ti sembra che la nostra società stia diventando una società paralizzata dalle paure e deprivata di ogni speranza?
«È un punto a mio avviso cruciale che interroga l’intera società, ma in particolare noi vecchi. Ho riflettuto molto sul senso della mia vecchiaia. E ovviamente sul tema della morte, che è la mia prossima tappa. Come anche sul tema dell’oltre, del dopo, del quale ormai neppure i preti parlano più. Noi abbiamo occultato la morte e il senso stesso della vita, immersi in un presentismo assoluto. Che si accompagna all’individualismo. È come se avessimo accantonato il tema della destinazione e quindi fossimo meno interessati al viaggio. Per questo credo che noi anziani dovremmo riscoprire e trasmettere la dimensione della speranza. Che è quella che ci permette di pensarci nella storia nelle generazioni».
C’è un tema del quale hai discusso anche con Corrado Augias. lo, in questo caso, la penso come lui. O meglio, penso che decidere di mettere fine al dolore sia qualcosa che non attiene solo a una scelta personale. Ma è anche una scelta di relazione. Si può decidere di morire non solo per non soffrire ma, quando la prospettiva è inevitabile, per non far soffrire chi ami.
«Dico anzitutto che sono contro l’eutanasia, contro il suicidio assistito e contro l’accanimento terapeutico. La morte infatti è sempre nemica: spezza le relazioni. Il suo lavoro sporco lo lascio ad essa. Non ho nessuna intenzione di aiutarla. Auspico invece una alleanza terapeutica: ossia che il malato, i medici, gli infermieri, i parenti, gli amici decidano assieme il momento nel quale non si può più impedire alla morte di fare il suocorso. Mai tuttavia dare la morte! II problema è l’accompagnamento, una dimensione che sta al di là della legge. Quest’ultima, dice saggiamente Zagrebelsky, di fronte alle “cose ultime” è sempre “penultima”. Anche perché ognuno muore a modo suo. Certo, è necessario che in Italia il governo si prenda le sue responsabilità. Non possiamo lasciare questo tema alle singole regioni o ai singoli individui. Non si può morire in modi diversi a seconda di dove si abita».
Lasciare che sia la morte a decidere, al massimo non si oppongono più resistenze. Non è poco? Ci sono sofferenze indicibili del malato e dei suoi che potrebbero aver fine…
«Le Dat (Disposizioni anticipate di trattamento, ndr) ci sono già, tu puoi rifiutare le cure. Il caso Welby non si ripeterà più. Ci sono già disposizioni legislative che pochissimi purtroppo conoscono. C’è poi il tema della lotta al dolore con le cure palliative. Ed è una cura più che efficace. E sul tema di cui spesso si parla, ossia che per i credenti la vita è di Dio e quindi indisponibile: non è vero, detto così. La vita è un dono — nessuno autonasce — e certo che mi appartiene. Ma il dono non lo butto alle ortiche. La vita, insomma, è mia ma non solo mia e non posso sprecarla. In un certo modo la mia vita è anche tua. Siamo tutti legati gli uni agli altri. Ecco perché concordo con quello che tu dici a proposito della “comunità” attorno al malato che decide degli ultimi momenti».
Certe volte si può anche decidere di morire per il bene degli altri, nulla di più cristiano…
«No, qui siamo sul piano del martirio, ossia dare la propria vita per il bene degli altri! Dobbiamo essere consapevoli che se accettiamo che la morte sia di per sé un valore, cadiamo in una contraddizione gigantesca. E poi dobbiamo aggiungere che nessuno di noi è padrone assoluto della vita o della morte. C’è perciò un’enorme differenza tra dare la morte e non impedire il suo corso”.
Qual è la virtù degli anziani di cui la società italiana ha più bisogno?
«La coscienza che la vita va edificata e che essa ha una destinazione. Non nasciamo per caso e neppure siamo affidati al caso. L’umanità intera e ciascuno di noi ha una destinazione. Quella della pienezza della vita. Sì, la nostra esistenza sulla terra è un’iniziazione alla pienezza. Purtroppo abbiamo perso il senso della destinazione, presi come siamo dal presente, dal qui e ora. Punto. Le religioni e, in particolare il Vangelo, ci parlano di una vita eterna e piena. E che risorgeremo con la “carne”, ossia saremo ancora umani, risorti e umani. È il Paradiso. Per questo ripeto a me stesso e a tutti i miei amici anziani: è vero che lamorte ci fa paura (è normale… fa un lavoro davvero sporco!) e tuttavia: il meglio deve ancora venire!».