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«Sono nato cinquantaquattro anni dopo di te».
Basterebbe questa sola battuta per misurare questa strana, ma pur feconda, asincronicità tra due grandi della letteratura del Novecento: Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia. I due non si sono mai incontrati nella vita reale. Quando Pirandello muore nel 1936, Sciascia ha appena quindici anni, ma Lui, sa già stare “sulle spalle dei giganti” per vedere più lontano tanto da definire Pirandello “mio padre”.

Per colmare la distanza storica tra i due, ci sarà un terzo grande intellettuale agrigentino: Matteo Collura, si è affidato alla tradizione de “Le interviste impossibili” (genere letterario inventato negli anni ’70 per la una Rai da un altro compaesano, tal Andrea Cammilleri) dove scrittori reali fingevano di intervistare personaggi del passato, impossibili da incontrare nella realtà. Nasce così Pirandello – Sciascia. Una conversazione (im)possibile: un titolo che racchiude in una parentesi sia il limite anagrafico dei due autori sia la sfida di farli dialogare oltre la storia, in un tempo sospeso.

A rendere credibile questo incontro è la profonda vicinanza delle loro radici. Pirandello nasce nel 1867 in Contrada Caos, ad Agrigento; Sciascia nasce nel 1921 in Contrada Noce, a Racalmuto. Due luoghi a pochi chilometri di distanza nella stessa provincia siciliana, culla anagrafica di due sguardi letterari opposti ma complementari.


L’opera di Collura, già presentata al Taormina Film Festival, ha debuttato in prima assoluta a Sciacca nell’atrio inferiore del Palazzo dei Gesuiti, in un adattamento teatrale, che è Teatro di Parola, inventato proprio da Pirandello e da lui “consegnato” a Samuel Becket, Ionesco e Sartre.
La produzione firmata TeatrOltre porta la regia di Franco Bruno, autore anche delle scenografie insieme ad Andrea Vaianella, con i costumi di Marina Marchica. Sul palco lo stesso Franco Bruno interpreta Pirandello, con una somiglianza fisica sorprendente, affiancato da Francesco Principato nei panni di Sciascia, reso con naturalezza misurata. Completano il cast i personaggi in cerca di autore: Maria Grazia Catania, Carmela Diliberto, Leonardo Di Vita e Andrea Vaianella.

Per circa novanta minuti il pubblico ha seguito la rappresentazione in un silenzio inteso e partecipe: più che un semplice spettacolo, una vera e propria lezione di letteratura di incredibile densità che può anche essere anche di difficile comprensione anche se si deve rendere merito a Matteo Collura di riuscire ad essere didascalico senza però cadere nella pedanteria.

La scenografia ricostruisce lo scrittoio pirandelliano durante il rito della domenica mattina. Dalle otto alle tredici l’autore era solito ricevere i personaggi delle sue opere, in attesa di udienza. Li definisce ospiti insopportabili e li ascolta con stoica sopportazione. Il dispositivo narrativo suona anche come risposta polemica a Nebbia di Miguel de Unamuno, che aveva accusato Pirandello di plagio sul tema del personaggio ribelle di Augusto Perez.


In questo spazio-tempo sospeso irrompe Leonardo Sciascia. All’inizio è smarrito davanti a chi considera un padre nobile. Esita tra l’appellativo “Professore” e “Maestro”, titolo che trova riduttivo rispetto alla propria esperienza di maestro elementare. Confessa che la lettura giovanile di Pirandello gli ha rovinato la vita e insieme l’ha salvata. Gli ha mostrato un mondo fatto di specchi e gli ha insegnato che la vita è lo spettacolo più straordinario: nessuno la supera in fantasia, perché la vita stessa è un gioco infinito di specchi.
Un momento cruciale è offerto da quel vero e proprio “saggio di maestria attoriale” che collega e connette lo SQUARCIO nel Cielo di Carta con la manzoniana “CENA del Conte Zio”. È il punto dove Matteo Collura riporta il nucleo profondo delle riflessioni di Sciascia sul potere riprese da Manzoni, autore da entrambi venerato. Proprio nel bel mezzo dello spettacolo vediamo Bruno che, sorpreso dall’ acume di Sciascia che cita il capitolo XIX , prende il volume dei Promessi Sposi e lo porge a Sciascia invitandolo a leggere Lui quella pagina dove Manzoni descrive la “Cena del Conte Zio” come l’immobile mistificazione del Potere in cui “Tutti fingono” e di quel potente capolavoro di satira politica Sciascia si nutrirà al punto da riproporlo in tutti i suoi romanzi.

Il pubblico ha assistito a un fitto dialogo di citazioni ed echi immortali. Attraverso le suggestioni del Fu Mattia Pascal riaffiorano i capisaldi del pensiero pirandelliano: la lanterninosofia, lo strappo nel cielo di carta, quella ferita nella finzione che trasforma l’eroe classico in un Amleto dubbioso. Lo stesso strappo si ripete in scena: a tratti Pirandello si rivolge direttamente al pubblico, abbatte la quarta parete e mostra il cielo di carta del teatro stesso. Come Mattia Pascal scopre l’inganno della finzione che lo imprigiona, così lo spettatore scopre di trovarsi dentro una rappresentazione che non nasconde più di esserlo.
Durante la conversazione riaffiorano così i drammi personali dell’autore: la follia della moglie Antonietta Portulano, il rapporto travagliato con il figlio Stefano, che scelse lo pseudonimo Stefano Landi per sottrarsi all’ombra paterna, e l’amore ideale per Marta Abba, la musa senza la quale la sua produzione si sarebbe interrotta.
Sciacca ha avuto il privilegio di capire cosa significhi portare in scena la letteratura con rigore e senza scorciatoie. Il merito è di Franco Bruno, prima come regista, poi come interprete. Infatti dalla sfera privata il confronto si allarga alla storia e alla politica. I due autori toccano la nascita della nazione e le ombre del Risorgimento. Parlano delle omissioni di una Sicilia chiusa nel non vedo, non sento, non parlo.

Arrivano agli scandali di fine Ottocento e alle derive del Novecento. Sciascia racconta la propria disillusione e il rifiuto di ogni dittatura davanti all’orrore dell’Olocausto. Pirandello ripercorre la controversa adesione al fascismo nel 1924, subito dopo il delitto Matteotti, scelta che Croce non capì e che Gramsci lesse invece con acume. La riscatta con la parabola satirica della novella “C’è qualcuno che ride”. In quel riso contro il grigio conformismo del regime si consuma un ideale passaggio di testimone verso Vitaliano Brancati e lo stesso Sciascia, lungo una linea etica che lega lega I Vecchi e i Giovani, Il Vecchio con gli stivali e Candido.
Schivo e lontano dalla mondanità, Sciascia raccoglie l’eredità di Pirandello e ne sposta lo sguardo. Pirandello indaga la psiche, ma senza ricorrere al pansessualismo di quell’austriaco inventore della psicoanalisi, come ha ben capito Leonardo Sciascia quando, nel suo “Alfabeto Pirandelliano” alla voce appuntamento mancato rileva il totale disinteresse di Pirandello nei confronti di Freud, preferendo scoprire a differenza dell’austriaco chi siamo dietro la maschera. Sciascia invece indaga le istituzioni, cerca chi comanda dietro la maschera del potere. A connetterli nel profondo c’è una chiave di lettura precisa: la riflessione sul teatro e sulla finzione. Per Sciascia il Paradoxe sur le Comédien di Diderot è stato una sorta di “testo sacro” per tutta la vita, fino al suo capolavoro A porte aperte. Se in Pirandello il teatro smaschera le finzioni e le bugie della vita individuale, in Sciascia la lezione di Diderot diventa uno strumento civile: insegna al singolo la lucida distanza necessaria per non recitare la commedia del Potere e non piegarsi alle sue ingiustizie come fa il giudice protagoniste di A porte aperte.

Pirandello supera infine l’ironia iniziale sul cognome dell’ospite e riconosce a Sciascia la statura di autore autonomo. Sciascia risponde: non è un personaggio in cerca d’autore. È un uomo che ha scelto la scomodità della verità come mestiere.

