di Raimondo Moncada
La musica dell’inno più famoso del Carnevale di Sciacca non è stata composta da un saccense. L’autore è un “furasteri”. Il suo nome è Giuseppe Panunzio, diventato saccense per meriti artistici che lo hanno fatto pure entrare di diritto nella memoria collettiva e nella storia della città.
L’inno è quello del Peppi Nnappa e si canta dai primi anni Cinquanta, quando il re della festa ha fatto il suo ingresso trionfale in città, rimanendo fino ai nostri giorni un assoluto protagonista. Senza di lui non sarebbe più carnevale.

Il nome del compositore è saltato fuori dopo una concatenazione di ragionamenti che con la festa non c’entravano nulla, fatti con un amico e funzionario del Comune di Sciacca, che ha lo stesso nome dell’autore della musica di Peppi Nnappa. Ci conosciamo già da alcuni anni, ma non lo avevo mai associato al maestro Giuseppe Panunzio.
“Sono suo nipote” mi ha detto.
E mi si è aperto un mondo.
“Che storia quella di mio nonno Giuseppe!”.
E mi ha raccontato. Qualcosa, non tutto.
“Una storia uguale a quella di mio nonno Raimondo” gli ho risposto, “e che ho raccontato nel libro dedicato a mio padre Gildo Moncada, Il partigiano bambino”.
Giuseppe Panunzio non è di Sciacca. È pugliese, di Molfetta, la città di Riccardo Muti.
“Ma che è venuto a fare da noi?” gli ho domandato.
“È sceso in Sicilia, a Sciacca per salvarsi la vita, per scampare ai bombardamenti nel bel mezzo della Seconda guerra mondiale. Per sbarcare il lunario, si è messo subito a insegnare musica. Mio nonno Giuseppe era diplomato in violino al Conservatorio di Bari. Poi è entrato in un’azienda per la lavorazione della sansa. A Sciacca si è trovato bene ed è rimasto”.
“È venuto da solo?”.
“No. È sceso con tutta la famiglia: la moglie Maria e i due figli, mio padre Tommaso e mia zia Benedetta. Mio zio Sergio nascerà a Sciacca. Siamo gli unici Panunzio del territorio”.
Come i Moncada in Umbria, a Perugia. Sono tutti miei parenti, arrivati precipitosamente lì da Agrigento per scelta di mio nonno Raimondo, convinto di evitare alla famiglia – a mio padre, alle mie zie – la guerra, con l’imminente sbarco in Sicilia degli alleati preparato da continui bombardamenti.

“E all’inno più famoso del Carnevale di Sciacca come ci arriva, dopo appena pochi anni dal suo arrivo in Sicilia?”.
“Mio nonno è stato chiamato dal poeta Vincenzo Licata. Lui ha scritto i versi dell’inno, e ha chiesto a mio nonno di comporre la musica. Si è ispirato, mi ha raccontato mio padre, alla cantilena della canzonatura dei ragazzi che per prendere in giro un coetaneo quasi gli cantavano: sì un Peppi Nnappa!”.
Un inno trascinante, che ancora oggi si canta, perché entrato nel cuore dei saccensi:
“Curriti picciotti chi Peppi arrivau!”.
«Come si sono conosciuti, con il grande poeta Licata?”.
“C’entrano le olive, mi ha detto mio padre. Le olive di Licata si sono avvicinate all’azienda di lavorazione della sansa dove lavorava mio nonno. Dal loro incontro ne è uscito un ottimo olio, nel senso di un eccezionale sodalizio artistico. L’inno del Peppi Nnappa non è stato l’unico. Mio nonno Giuseppe Panunzio si è poi lanciato nella composizione di altre musiche, molto apprezzate”.

Una storia meravigliosa che poi ha un triste, tragico epilogo, che ha sconvolto e segnato l’intera famiglia: la prematura morte del maestro Giuseppe Panunzio all’età di soli quarantaquattro anni, per una malattia che oggi si sarebbe potuta curare.
Il nipote ne parla e avvertiamo assieme – io ricordando la morte prematura di mio nonno Raimondo nel 1948 distrutto da quanto vissuto durante la guerra – quel dolore che ti attraversa l’intero corpo e che è il dolore che si portano le nostre famiglie. Vite bruciate dal destino, come il Peppe Nappa, che però l’anno successivo ritorna con una nuova maschera ma con lo stesso inno del poeta Vincenzo Licata e del maestro Giuseppe Panunzio. E noi lo cantiamo e lo balliamo perché in quei giorni ti porta un po’ di allegria e la memoria di due straordinari uomini e artisti.
Raimondo Moncada
*Le foto mi sono state fornite dal mio amico Giuseppe Panunzio