Servizio particolare di approfondimento culturale e artistico
La recente presentazione a Sciacca, al Circolo Garibaldi, dell’ultimo libro di Calogero Pumilia, Il Palazzo e la scena. Gibellina, di Corrao e oltre (Rubbettino), ha riaperto un interrogativo fondamentale dell’architettura e della sociologia contemporanea: chi decide davvero come deve vivere una comunità?

Tutto il libro di Pumilia sembra ruotare attorno a una «e». Il volume, infatti, risulta stimolante già a partire dal titolo che contiene in nuce, nella sua stessa costruzione sintattica, la sostanza filosofica e storiografica dell’intera riflessione. Il Palazzo e la scena non dice che il Palazzo è la scena, ma distingue due mondi: da una parte il Potere, con le istituzioni, la politica, la pianificazione e le risorse; dall’altra la Scena, cioè l’arte, l’immaginazione e la comunità viva. Due dimensioni che dovrebbero dialogare, ma che, quando si sovrappongono, rischiano di snaturarsi: l’arte può diventare propaganda, espressione di un disegno imposto dall’alto (top-down) anziché occasione di crescita collettiva.

Anche il sottotitolo lavora sulla stessa tensione. Quell’«oltre» ha una duplice funzione, spaziale e temporale: metafora che indica sia il proseguire nel tempo sia l’avanzare nello spazio, un procedere che, idealmente, ha Sciacca come punto di approdo.
Questa riflessione teorica ha trovato una concreta occasione di confronto durante la presentazione del volume, promossa dal Rotary Club, di cui il presidente Aldo Misuraca fin dal suo saluto all’autore, ha quasi indicato, da architetto, il focus del dibattito citando la nota triade vitruviana, ovvero le tre regole dell’architettura: firmitas, venustas et utilitas.
L’autore ha dialogato proprio su questi tre aspetti con lo scrittore e giornalista Nicola Biondo e con qualcuno dei presenti. Un incontro particolarmente attuale: nel 2026 Gibellina è la prima Capitale italiana dell’Arte contemporanea, con un finanziamento statale di un milione di euro e il programma Portami il futuro, inaugurato il 15 gennaio, anniversario del terremoto del 1968.
Pumilia ricostruisce oltre sessant’anni di storia, dalle vicende politiche locali al quadro internazionale, partendo da quel 1968 che per il mondo fu un terremoto culturale e per il Belìce un terremoto vero. Lo fa da testimone e protagonista di una stagione politica e culturale di cui avverte la responsabilità della memoria. Non scrive soltanto per analizzare, ma per condividere un frammento fondamentale di storia collettiva che ha contribuito a custodire in prima persona. Le sue pagine hanno il tono dell’amarezza, ma non quello del rancore: sono attraversate dalla consapevolezza che le grandi utopie, per vivere, devono fare i conti anche con i propri fallimenti.
«Non esiste una città di fondazione bella, nemmeno Pienza». Con questa affermazione Pumilia smonta l’illusione che la forma urbana possa plasmare d’autorità la società. Pienza, voluta da Pio II su ispirazione di Alberti e disegnata da Rossellino, resta una meraviglia estetica, ma, come Sabbioneta e Palmanova, rischia di irrigidirsi nella dimensione del monumento. Secoli dopo, le città di fondazione del Ventennio, legate alle bonifiche e alla linea di Piacentini, nacquero come espressioni di un’architettura gerarchica e propagandistica.
Il Novecento ha poi inseguito a lungo il mito della città disegnata a tavolino: dalla Garden City di Howard alla Ville Radieuse di Le Corbusier, realizzata nella sua ispirazione urbanistica nella città indiana di Chandigarh, fino alle derive negative del Corviale di Roma e dello squallore dello ZEN a Palermo.
La lezione di Jane Jacobs, giornalista e attivista americana che difese la strada e il quartiere contro la pianificazione imposta dall’alto, e quella di Bruno Zevi, tra i maggiori critici italiani dell’architettura organica, si muovono nella direzione opposta. La città è un organismo spontaneo e stratificato, costruito dalle relazioni e dalle pratiche quotidiane di chi la abita. Negare questa natura significa rischiare tre esiti: la musealizzazione, con il tessuto urbano trasformato in un guscio senza vita quotidiana; l’anestesia sociale, che spegne la trama dei quartieri; e, infine, la dimenticanza di un principio essenziale: la città è un processo, non un prodotto da consegnare.
Gibellina: la bellezza e lo shock antropologico

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 il terremoto cancellò la vecchia Gibellina. Pumilia ricorda, con lucidità asciutta, la disperazione delle baraccopoli e la diaspora di migliaia di persone costrette a emigrare. Dalle macerie nacque non soltanto una richiesta di aiuti, ma l’idea visionaria di una rinascita civile.
L’artefice di quella visione fu Ludovico Corrao, sindaco-utopista, quasi uno «sciamano» per la sua forza magnetica, capace di chiamare a raccolta i grandi maestri dell’architettura e dell’arte contemporanea per rifondare la città nel segno della bellezza. Con lui Pumilia ebbe un rapporto intenso e non sempre facile, che il libro restituisce senza nasconderne le contraddizioni.

Gibellina Nuova, costruita a venti chilometri dal sito originario, ha però reso evidenti le contraddizioni di un’urbanistica fredda e astratta, concepita a tavolino. Progettata osservando il plastico dall’alto, con la sua pianta a farfalla, la nuova città si sviluppò lungo assi stradali larghissimi, pensati anche per una motorizzazione che allora non esisteva, perdendo la strada mista, i vicoli, i cortili e le botteghe che costituivano l’ossatura della civiltà contadina.

Anche capolavori come la Chiesa Madre a sfera di Quaroni finirono collocati in spazi dilatati, percepiti più come quinte scenografiche che come luoghi domestici. Ne derivò uno shock antropologico: i gibellinesi si ritrovarono a vivere in un luogo indubbiamente bello, ma alieno, che faticavano a riconoscere come proprio.
All’opposto si collocava l’esperienza di Danilo Dolci a Trappeto e Partinico: un’urbanistica partecipata, fondata sull’ascolto e sulla città intesa come «teatro dell’azione sociale», secondo la prospettiva di Lewis Mumford. Un’altra risposta alla crisi della comunità venne dall’arte intesa come pedagogia civile, sostenuta da intellettuali come Leonardo Sciascia, Sergio Zavoli, Carlo Levi e Cesare Zavattini.
La marcia dei contadini tra le baracche fu immortalata, due anni dopo il terremoto, da Renato Guttuso ne La notte di Gibellina (MAC), dove il rosso delle torce fende il nero del lutto. Pumilia, attraverso i suoi scritti, ha cercato per oltre trent’anni di mantenere acceso quello stesso fuoco.

Lo ritroviamo nel Grande Cretto di Alberto Burri, che rifiutò simbolicamente la città nuova e trasformò le rovine della vecchia Gibellina in un’immensa opera di cemento, conservandone il tracciato. Un’orazione funebre di Land Art, nella quale si può leggere, come nel Quadrato nero di Malevič, una frattura tra materia e spazio, tra memoria e rappresentazione.


E lo ritroviamo nelle Orestiadi, dove il teatro antico tornò a farsi carne tra le piazze e i ruderi, restituendo all’arte una funzione non soltanto estetica, ma anche civile e collettiva.
Musei a cielo aperto
L’esperimento gibellinese dialoga con altre esperienze siciliane di arte diffusa, sospese tra mecenatismo privato e intervento pubblico: la Farm Cultural Park di Favara, nata dall’iniziativa della famiglia Bartoli; le Fiumare d’Arte di Antonio Presti; il Teatro Andromeda di Lorenzo Reina a Santo Stefano Quisquina.
A queste si aggiungono Pizzo Sella, simbolo di un conflitto irrisolto tra speculazione edilizia e riscatto del paesaggio, e i Giganti di Peccioli, dove un borgo di circa quattromila abitanti è diventato un polo d’arte attraverso il recupero degli scarti.
Gibellina, tuttavia, ha faticato a trasformare la propria esperienza in una rete territoriale. Pesa l’accusa, condivisa da don Antonio Riboldi, che la ricostruzione sia stata un museo a cielo aperto, ma anche un luogo dove si è «rubato a cielo aperto». Con i comuni vicini il collegamento è rimasto debole, con l’eccezione virtuosa di Alcamo, dove il MAC, ospitato nel Collegio dei Gesuiti, ha creato un ponte con l’esperienza di Corrao.
Un asse che si inserisce nella trama dei collegi gesuitici della Sicilia occidentale, da Alcamo a Mazara del Vallo fino a Sciacca, sul modello romano del Gesù. È un elemento che suggerisce una riflessione importante: la cultura, per non rimanere isolata e trasformarsi in patrimonio condiviso, ha bisogno di continuità istituzionale, collaborazione territoriale e sussidiarietà.
È proprio qui che la vicenda di Gibellina smette di essere soltanto una pagina della storia del Belìce e diventa una questione che riguarda anche Sciacca. Il rapporto tra patrimonio culturale e vita quotidiana, tra grandi progetti e bisogni della comunità, tra iniziativa pubblica e partecipazione dei cittadini attraversa infatti anche il destino delle nostre città.
Quale rapporto vogliamo costruire tra i luoghi, le politiche culturali e chi li abita? Quanto spazio lasciamo alla partecipazione nelle trasformazioni urbane? E soprattutto: come evitare che il patrimonio artistico e architettonico diventi un fondale da ammirare, anziché uno spazio da vivere?
Sono interrogativi che rendono l’esperienza gibellinese uno specchio nel quale anche Sciacca può riconoscere le proprie contraddizioni e le proprie possibilità. Perché il problema non è soltanto creare bellezza, ma riuscire a farla diventare parte della vita di una comunità.
Gibellina e Corrao o Gibellina è Corrao?
È la domanda con cui il libro si chiude e che la postfazione di Daniela Thomas contribuisce a lasciare aperta: che cosa resta di una visione quando il suo fondatore non c’è più?
Corrao fu un demiurgo e un accentratore a tal punto che Gibellina finì per identificarsi con lui, e lui con Gibellina. C’è in questa vicenda un tratto quasi tragico, che richiama Mazzarò de La roba di Verga: ciò che aveva creato sembrava destinato a compiersi e spegnersi insieme al suo artefice. Dopo la sua scomparsa, quando si sono affacciati i «barbari» desiderosi di azzerare tutto, la Fondazione Orestiadi ha assunto il compito di preservare quell’eredità, cercando di impedire che una stagione fondamentale della storia culturale siciliana venisse cancellata.
La fragilità dell’esperienza gibellinese, allora, non sta necessariamente nell’utopia artistica in sé, ma nell’incapacità di trasformarsi pienamente in una continuità sistemica e partecipata. Tra il rischio di ridurre l’arte a un guscio destinato a un turismo colto e la necessità di restituire gli spazi alla vita della comunità, rimane una questione irrisolta: come fare in modo che una grande visione sopravviva al proprio fondatore?
La risposta non può venire soltanto dalle istituzioni, né essere affidata esclusivamente alla memoria di chi ha vissuto quella stagione. Spetta soprattutto a chi continua ad attraversare quelle strade, ad abitare quei luoghi e a riconoscersi nella loro storia.
La lezione che arriva da Gibellina riguarda, in fondo, tutte le città: la bellezza non basta se non diventa appartenenza, un progetto non è compiuto se non viene condiviso, un’utopia non sopravvive se non riesce a trasformarsi in responsabilità collettiva.
Solo trasformando l’utopia di un uomo solo in una responsabilità diffusa e condivisa, i fuochi accesi nella notte di Gibellina potranno continuare ad ardere, permettendo alla città di tornare finalmente ad abitare sé stessa.
