Dal porto, la terrazza più bassa e suggestiva della città, Sciacca sembra una cartolina. Al mattino la luce attraversa l’acqua ferma del bacino e illumina le tipiche facciate colorate. L’aria sa di salsedine. I turisti percorrono le banchine e fotografano ogni scorcio. Alcuni sono a bordo di Ape car, altri pedalano lungo il molo e altri ancora improvvisano in totale relax un aperitivo davanti alle barche ormeggiate e al profilo più antico della città.


Pochi anni fa si passeggiava tra l’incuria. L’odore del pescato si mescolava a quello dell’abbandono, le banchine erano trascurate e la spazzatura si accumulava negli angoli. Oggi il porto è sicuramente più pulito, ordinato, aperto a cittadini e visitatori. Chi ha lavorato per questo cambiamento ha fatto bene.
Ma chi visita il porto in questi giorni, oltre alla bellezza, nota un’anomalia: le barche sono ferme e le reti asciugano al sole e vengono riparate.

Ecco l’altro volto del porto. I pescherecci sono ormeggiati da circa un mese per il fermo biologico.
A chi passeggia sulla banchina sfugge il motivo di quei motori spenti. Il fermo biologico non è l’unica ragione e non è nemmeno l’ultima. Le barche resteranno ferme anche dopo. Gli armatori hanno deciso all’unanimità: da giovedì 1° ottobre nessuno uscirà in mare. È una scelta di bilancio: «Non possiamo tornare in mare per perdere», dice un armatore cinquantenne. Dietro la sua frase ci sono centinaia di famiglie con lo stesso umore cupo.

I numeri motivano questa decisione. Il gasolio costa troppo e ogni uscita comporta spese superiori al ricavo del pescato. L’Unione Europea ha ridotto le giornate di pesca e limitato lo strascico, mentre il pesce importato da Paesi extra UE arriva sul mercato a prezzi bassissimi, perché regole e costi sono diversi. Nel frattempo i sostegni regionali restano bloccati. Ristoranti e pescherie ricevono meno prodotto locale, la filiera rallenta e con essa l’intero indotto cittadino.

Di questa crisi, la seconda marineria della Sicilia per flotta e fatturato, una realtà storica per il pesce azzurro e il gambero rosa, ha parlato direttamente con Bruxelles. Il Commissario europeo per la Pesca e gli Oceani, Costas Kadis, il 10 settembre 2026 è venuto a Sciacca: è la prima volta per un membro in carica della Commissione. Gli operatori sono stati ascoltati e questo è un segnale importante. Ma rimangono bilanci da risanare.
Gli armatori hanno consegnato al Commissario un pacchetto di richieste precise: aiuti concreti contro il caro gasolio, revisione dei tagli alle giornate di pesca e dei vincoli allo strascico nell’area GSA 16, parità di regole rispetto alle importazioni. Chiedono anche lo sblocco rapido dei fondi FEAMPA, compresi quelli per i periodi di fermo biologico, e incentivi per i giovani, affinché questo mestiere non scompaia.

Le risposte dell’Unione Europea seguiranno i tempi della politica europea.
Ma contestualmente, il porto ha anche bisogno di interventi immediati anche sul piano locale, dove qualcosa si sta finalmente muovendo. A Palermo si è tenuto ieri, un vertice con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale, la presidente Annalisa Tardino e una delegazione guidata dal Sindaco Fabio Termine. Si è parlato di gestione dei rifiuti portuali, colonnine per acqua ed energia, lavori alla banchina San Pietro e del futuro Piano Regolatore Portuale, che ridefinirà lo sviluppo dello scalo. Con la pesca in affanno, investire in infrastrutture è un modo per dare dignità al lavoro marittimo. La presidente Tardino ha annunciato che visiterà Sciacca nelle prossime settimane.

Emergenza e programmazione devono procedere di pari passo. Pesca, nautica da diporto e turismo possono convivere e rafforzarsi a vicenda, a patto che nessun settore venga sacrificato. È questo il paradosso di Sciacca: un porto da cartolina rischia di trasformarsi in una scenografia vuota, senza chi con le mani segnate dalla fatica e rituali tramandati da generazioni, lo fa vivere ogni giorno.
Ora serve determinazione per difenderne l’economia. Bruxelles deve garantire parità competitiva, la Regione deve sbloccare i fondi e il Comune deve tenere la marineria al centro delle sue scelte sul porto.
Il porto esiste perché ci sono centinaia pescherecci e migliaia di pescatori. Se le barche restano ferme o man mano vengono demolite, rimarranno banchine attrattive e reti vuote. Che zona portuale stiamo costruendo, se rischiamo di perdere chi lo fa vivere?

