C’era davvero tanta gente ieri sera davanti il Circolo L’Unione, nel Corso Vittorio Emanuele di Sciacca, per rendere omaggio al sipario che si riapriva sull’Opera dei Pupi della famiglia Canino, una dinastia di pupari siciliani che in tempi ormai lontani ha avuto nei fratelli Gaspare Canino ad Alcamo e Guglielmo Canino a Sciacca due grandissimi esponenti.

Oggi questa espressione artistica così significativa della tradizione siciliana è ancora viva ad Alcamo e il testimone è passato a Salvatore Oliveri, nipote di Gaspare Canino.
È stato lui a riportare in scena i pupi siciliani ieri sera a Sciacca, per merito dell’attuale presidente del Circolo L’Unione, Guglielmo Canino, nipote di quel Don Guglielmo che è stato l’ultimo puparo di Sciacca e in memoria del quale la serata è stata organizzata.

E quando il sipario si è aperto, quell’atmosfera magica di paladini in legno pregiato con luccicanti corazze e mossi da invisibili fili ha immediatamente contagiato il pubblico.














Quando a Sciacca il sipario si apriva sui pupi di Don Guglielmo
DiSANTINA MATALONE
SET 26, 2026
C’è stato un tempo in cui bastavano un piccolo teatro, una fila di pupi, una voce capace di dare vita a Orlando, Rinaldo e agli altri paladini e un pubblico disposto ad ascoltare per trasformare una serata qualunque in un avvenimento.
A Sciacca quel tempo ha avuto un nome e un volto: Don Guglielmo Canino.


Non sarà soltanto una serata dedicata all’antico teatro dei pupi. Sarà soprattutto un ritorno della memoria nella città nella quale Guglielmo Canino visse e lavorò per oltre mezzo secolo.
Una storia che viene da lontano
Per comprendere chi fosse Guglielmo bisogna tornare indietro di quasi due secoli, alle origini della famiglia Canino.
La dinastia affonda le proprie radici nella tradizione dei pupari siciliani e in particolare nella Palermo dell’Ottocento. Liberto, o Alberto, Canino, è indicato tra i primi protagonisti dell’Opera dei Pupi palermitana. Da quella famiglia sarebbe nata una lunga successione di pupari, fino a Luigi Canino, trasferitosi ad Alcamo.
Fu proprio Luigi, padre di Guglielmo, a trasmettere ai figli il mestiere. Tra loro furono Guglielmo e Gaspare a scegliere di continuare professionalmente la tradizione.
Gaspare rimase ad Alcamo e sarebbe diventato uno dei nomi più conosciuti della famiglia. Guglielmo, invece, prese un’altra strada: venne a Sciacca e qui costruì la propria storia.
Il teatrino di via Caricatore
Era il 1933 quando Guglielmo Canino aprì a Sciacca il suo primo teatrino, in via Caricatore.
Aveva già alle spalle un apprendistato iniziato praticamente da bambino. La sua vita era stata segnata dall’ambiente familiare nel quale il mestiere dei pupi non era semplicemente un lavoro, ma una tradizione da imparare guardando e facendo, giorno dopo giorno.
Poi arrivò la guerra. Nel 1939 Guglielmo fu chiamato alle armi e mandato a Rodi. Rientrato a Sciacca dopo la parentesi militare, riprese il suo mestiere e tornò a fare ciò che sapeva fare meglio: raccontare storie attraverso i pupi.
Il suo teatrino cambiò diverse sedi. Da via Caricatore passò a via San Cataldo, quindi in corso Vittorio Emanuele, nei bassi di Palazzo Tagliavia di San Giacomo, poi in cortile Palmi e infine in piazza Purgatorio.
Era una presenza familiare nella città.
Tre spettacoli in una domenica
A raccontare meglio di qualsiasi ricostruzione il mondo di Guglielmo è lo stesso puparo, nelle memorie raccolte da Mimmo Cuticchio.
Il biglietto costava appena 40 centesimi, ma il valore dello spettacolo era enorme. Il pubblico arrivava dalla Marina, dalle campagne, dai quartieri della città; pescatori, contadini, artigiani e persone di ogni condizione sociale si ritrovavano davanti al piccolo palcoscenico.
La domenica Guglielmo poteva arrivare a proporre tre spettacoli: uno al mattino, uno al pomeriggio e uno alla sera.
E il pubblico conosceva le storie quasi quanto il puparo.
Non era un pubblico passivo. Conosceva i personaggi, seguiva le vicende, riconosceva le battute e sapeva persino giudicare il lavoro dell’oprante. Guglielmo ricordava spettatori capaci di rimproverarlo quando qualcosa non andava e di applaudirlo quando la rappresentazione riusciva.
Era questo, in fondo, il vero rapporto tra l’Opera dei Pupi e la comunità: un teatro fatto dal popolo e per il popolo.
Poi arrivò la televisione
Ma anche a Sciacca il mondo cambiò.
Prima il cinema, poi la televisione cominciarono a svuotare i piccoli teatri. I giovani avevano nuovi interessi e nuovi modelli di intrattenimento; il pubblico dei pupi diminuiva lentamente.
Guglielmo assistette a questa trasformazione con la consapevolezza di chi vedeva tramontare non soltanto il proprio mestiere, ma un’intera epoca.
Negli ultimi anni erano soprattutto gli anziani ad arrivare accompagnando i bambini.
E intanto i suoi figli prendevano altre strade.
La famiglia Canino non avrebbe più continuato a Sciacca il mestiere del padre.
Un patrimonio partito per l’America
La fine arrivò anche attraverso una decisione dolorosa: la vendita del materiale teatrale.
Guglielmo possedeva un patrimonio straordinario: 65 pupi armati, circa cento personaggi di scena, una ventina di animali intagliati nel legno, oltre cento teste di ricambio, scene e cartelloni dipinti.
Non era una semplice collezione. Era il teatro.
Era il risultato di decenni di lavoro e di una tradizione familiare tramandata attraverso generazioni.
Quel patrimonio fu venduto e trasferito in America.
Con quelle casse partì una parte della memoria teatrale di Sciacca.
E forse proprio per questo oggi assume un valore ancora maggiore il fatto che, a distanza di tanti anni, i pupi della famiglia Canino tornino simbolicamente nella città di Guglielmo.
Sei figli e una famiglia rimasta a Sciacca
Guglielmo era sposato con Anna Taormina. La coppia ebbe sei figli: Luigi, Concetta, Giovanni, Alberto, Gaspare e Vito.
Il maggiore, Giovanni, esercitò il mestiere di marmista, secondo la memoria familiare, mentre nessuno dei figli avrebbe proseguito professionalmente l’attività del padre.
Guglielmo visse gli ultimi anni a Sciacca, in via Fratelli Bandiera, e morì nel 1984, a 82 anni.
La sua scomparsa venne ricordata da Mimmo Cuticchio sulle pagine de L’Ora, il 6 luglio 1984, con un titolo che restituisce bene il significato della perdita: “Se n’è andato l’ultimo dei Canino“:

Cuticchio aveva conosciuto Guglielmo e ne aveva raccolto la testimonianza. Quelle parole oggi costituiscono una delle fonti più preziose per ricostruire non soltanto la vita del puparo, ma anche un pezzo della storia sociale di Sciacca.
Una tradizione che non è finita
La storia, però, non si conclude con la morte di Guglielmo.
Dall’altro ramo della famiglia Canino, quello di Gaspare, è arrivato fino a oggi Salvatore Oliveri, che ha recuperato l’antica tradizione familiare e ha ridato vita all’Opera dei Pupi “Gaspare Canino” di Alcamo.
Ed è proprio lui che sabato sera porterà i pupi al Circolo L’Unione.
C’è quindi qualcosa di profondamente simbolico in questa serata: il ramo della famiglia rimasto ad Alcamo torna a Sciacca, la città che aveva adottato Guglielmo.
Il filo della tradizione, dopo essere passato da Palermo ad Alcamo e da Alcamo a Sciacca, torna così a riannodarsi.
Il sipario si riapre
Forse è questo il modo più bello per ricordare Don Guglielmo.
Non soltanto con una fotografia, una targa o una commemorazione, ma facendo ciò che lui aveva fatto per tutta la vita: aprire un sipario e lasciare che un pupo raccontasse una storia.
Questa sera, al Circolo L’Unione, quei fili torneranno a muoversi.
E per chi ricorda ancora il nome di “u puparu”, per chi ne ha sentito parlare dai genitori o dai nonni e per chi invece non lo ha mai conosciuto, sarà l’occasione per incontrare una pagina autentica della storia di Sciacca.
Una pagina fatta di legno, stoffa, colori, voci e musica.
Ma soprattutto fatta di uomini.
Uno di questi uomini si chiamava Guglielmo Canino.
