Il confronto continua: dalla risposta dell’assessore Luna alle proposte operative: canoni di locazione, locali sfitti, “Vetrine Vive”, incentivi selettivi, monitoraggio e risorse. Il confronto può entrare adesso nelle sedi istituzionali

Ci sono risposte che chiudono una discussione e altre che, invece, ne aprono una nuova, più concreta e orientata alla ricerca di soluzioni.

È questo, a mio avviso, il significato della risposta dell’assessore al Commercio Ludovico Moreno Luna al mio precedente intervento sulla bozza di Regolamento comunale per il contrasto alla desertificazione commerciale, il sostegno alle attività del centro storico e la valorizzazione dell’identità commerciale urbana.

Ho atteso qualche settimana prima di replicare, perché quell’intervento era stato pubblicato a ridosso di Ferragosto. Oggi, con la ripresa dell’attività ordinaria e l’avvio dell’esame della bozza da parte delle Commissioni consiliari competenti, è però il momento di riprendere il confronto.

La prima considerazione è un ringraziamento all’assessore Luna per aver scelto di entrare nel merito delle osservazioni, distinguendo ciò che è già previsto nella bozza da ciò che può essere ulteriormente approfondito.

Alla luce delle sue precisazioni, devo anche riconoscere che alcune delle proposte formulate nel precedente intervento vanno ridimensionate: molte sono infatti già presenti nel testo, dal censimento dei locali sfitti al monitoraggio, dalle botteghe storiche alle misure per i giovani imprenditori, fino a Via Licata Temporary e agli strumenti di governance e rigenerazione urbana.

È un dato positivo. Significa che l’Amministrazione non parte da zero e che il regolamento prova ad affrontare la desertificazione commerciale con una visione complessiva del centro storico e non soltanto attraverso contributi economici.

Locali sfitti e canoni: il Comune può favorire l’incontro
Il primo tema da approfondire è quello dei canoni di locazione.
Non penso che il Comune debba stabilire il prezzo degli affitti: non sarebbe né facilmente praticabile né, a mio avviso, il suo compito. Può però favorire l’incontro tra proprietari di locali inutilizzati e giovani, artigiani o imprenditori che vorrebbero avviare un’attività ma incontrano proprio nei costi iniziali, compreso il canone, uno dei principali ostacoli.
Perché non utilizzare allora il censimento dei locali sfitti previsto dalla bozza per creare una “borsa comunale dei locali disponibili”?
Non un’agenzia immobiliare pubblica e neppure uno strumento attraverso il quale il Comune intervenga nelle trattative. Un elenco volontario nel quale i proprietari possano indicare superficie, caratteristiche, destinazione d’uso, disponibilità e, se lo desiderano, una fascia indicativa del canone.
Dall’altra parte, chi vuole avviare un’attività potrebbe indicare settore, zona ed esigenze. Il Comune, attraverso il Tavolo del Commercio e con il coinvolgimento delle associazioni di categoria, potrebbe semplicemente favorire l’incontro tra domanda e offerta, lasciando privata la trattativa.
Si potrebbe inoltre valutare, nei limiti delle competenze e delle risorse disponibili, una premialità per il proprietario che rimette sul mercato un locale inutilizzato e lo concede per una nuova attività a condizioni sostenibili.
Non un canone imposto, dunque, ma un riconoscimento a chi contribuisce a rimettere in circolo un immobile oggi fermo.
Esperienze come quella di Torino dimostrano che il tema della disponibilità degli spazi può essere affrontato con strumenti di questo tipo. Non si tratta però di copiare altre città, ma di verificare cosa possa essere adattato, in forma semplice, alla realtà di Sciacca.

Locali vuoti: dalle serrande chiuse alle “Vetrine Vive”
Il secondo tema riguarda l’utilizzo temporaneo dei locali sfitti per finalità culturali, artistiche e promozionali.
La prudenza dell’Amministrazione è condivisibile: ogni utilizzo deve essere compatibile con gli aspetti urbanistici, edilizi, igienico-sanitari, di sicurezza e, quando necessario, con la tutela del patrimonio.
Proprio per questo sarebbe utile una procedura semplice che consenta, quando tecnicamente possibile, di utilizzare temporaneamente un locale vuoto per una mostra sulla storia di Sciacca, un’esposizione di ceramiche o di prodotti del territorio, una vetrina sull’artigianato locale, la mostra di un giovane artista, la presentazione di un libro, un laboratorio, un’iniziativa turistica.
Non si tratterebbe di creare un’attività commerciale alternativa né di modificare stabilmente la destinazione del locale, ma semplicemente di riaccendere temporaneamente una vetrina.
La procedura potrebbe prevedere la proposta dell’iniziativa, le verifiche degli uffici, il rispetto delle norme, l’eventuale accordo con il proprietario, una durata determinata e la restituzione del locale alla scadenza.
Anche Firenze ha disciplinato gli usi temporanei degli immobili. Ma Sciacca non ha bisogno di diventare Firenze: ha bisogno di una soluzione proporzionata alle proprie dimensioni e alle caratteristiche del suo centro storico.
Da qui l’idea di affiancare a Via Licata Temporary un programma più ampio, “Vetrine Vive”, nel quale i locali inutilizzati possano diventare temporaneamente, quando possibile e nel rispetto delle regole, luoghi di cultura, arte, artigianato e promozione della città.
Non risolverebbe la desertificazione commerciale, ma potrebbe impedire che ad essa si aggiunga anche una desertificazione visiva e culturale.

Incentivi: premiare ciò che serve alla città
Resta il tema delle risorse. Se il regolamento deve essere realmente operativo, gli incentivi devono essere collegati a risorse disponibili. Non avrebbe senso promettere contributi senza una copertura finanziaria.
Si potrebbe valutare un Fondo comunale per la rigenerazione commerciale, alimentato dalle risorse comunali effettivamente destinabili allo scopo e, ove compatibile, da finanziamenti regionali, nazionali ed europei. Sponsorizzazioni e partenariati potrebbero essere utilizzati soprattutto per eventi, animazione e valorizzazione del centro storico.
Merita inoltre una verifica la situazione dei 20 mila euro che, secondo quanto pubblicamente dichiarato dai presidenti delle Commissioni, erano stati destinati nel bilancio 2025 al sostegno delle attività del centro storico. Se non utilizzati, occorrerebbe conoscere dagli uffici la loro attuale situazione contabile e verificare se possano eventualmente costituire una prima dotazione del fondo.
Ma occorre soprattutto cambiare la logica degli incentivi.
Non soltanto quanto dare a chi apre, ma perché dare di più a chi contribuisce maggiormente alla rigenerazione del centro.
Una nuova attività che riapre un locale sfitto da due anni non dovrebbe necessariamente essere trattata come un’attività che apre in un locale già funzionante. Potrebbero essere premiate le iniziative che creano occupazione, colmano carenze commerciali, riqualificano le vetrine, migliorano accessibilità, digitalizzazione ed efficienza energetica.
Una parte dell’incentivo potrebbe inoltre essere legata alla permanenza dell’attività nel tempo, evitando che il contributo pubblico sostenga aperture destinate a durare pochi mesi.
Bologna offre, con modalità differenti, un esempio di attenzione alla qualità e alla diversificazione dell’offerta.
Il principio da adattare a Sciacca è semplice: non incentivare soltanto chi apre, ma ciò che serve realmente alla città.

Il monitoraggio deve guidare le scelte
Un altro elemento già presente nella bozza può diventare decisivo: il monitoraggio.
Sapere ogni anno quanti locali sono vuoti, da quanto tempo, in quali strade, quali attività hanno chiuso e quali hanno aperto, quali categorie sono maggiormente presenti e quali servizi mancano permette di orientare gli incentivi sulla base dei dati.
Non è necessario stabilire oggi quali attività privilegiare per i prossimi dieci anni. Si può invece decidere che, ogni anno, sulla base del monitoraggio, vengano individuate le esigenze più rilevanti del centro storico e orientate di conseguenza le premialità.
Così il regolamento non sarebbe un documento statico, ma uno strumento capace di adattarsi all’evoluzione della città.

Le esperienze degli altri Comuni, senza copiarle
Bologna, Torino, Firenze, Parma, Mantova e i Distretti del Commercio lombardi offrono esperienze diverse ma complementari: dalla qualità e diversificazione dell’offerta alla disponibilità degli spazi, dagli usi temporanei alla riapertura e riqualificazione dei locali, dal rapporto tra commercio, cultura e turismo alla costruzione di strategie territoriali capaci di intercettare risorse.
Non sono modelli da copiare, ma idee da adattare.
Sciacca non deve diventare Bologna, Torino o Firenze. Deve capire quali esperienze siano utili e sostenibili per le proprie dimensioni e risorse.

Dalle considerazioni alle Commissioni
È quindi arrivato il momento di passare dalle considerazioni generali alle proposte operative.
Metterò a disposizione delle Commissioni consiliari competenti un documento sintetico sulle possibili soluzioni: sistema di incontro tra proprietari e aspiranti esercenti; strumenti per favorire canoni più sostenibili senza imporli; disciplina degli usi temporanei; incentivi selettivi e criteri di premialità; collegamento degli incentivi alla permanenza dell’attività; possibili fonti di finanziamento; utilizzo del monitoraggio annuale; adattamento alla realtà locale delle esperienze già sperimentate altrove.
Non sarà un “regolamento alternativo” e non vuole sostituirsi alle decisioni dell’Amministrazione. Sarà un contributo di lavoro.
Le singole proposte dovranno naturalmente essere verificate dagli uffici competenti sotto il profilo giuridico, finanziario, tributario, urbanistico e della disciplina degli aiuti alle imprese. Ed è giusto che sia così.

Nessuna bandierina: conta il risultato
Il confronto con l’assessore Luna ha già prodotto un risultato positivo. Ha chiarito che molte delle questioni sollevate erano già presenti nella bozza e ha individuato alcuni ambiti nei quali un ulteriore approfondimento può essere utile.
Adesso, però, sarebbe inutile continuare a discutere soltanto attraverso gli articoli. Se esiste una possibilità di migliorare il regolamento, questa possibilità deve essere verificata nelle sedi istituzionali.
Un tecnico può analizzare, confrontare esperienze e proporre soluzioni; non può e non deve sostituirsi a chi ha la responsabilità politica e amministrativa delle decisioni.
Nessuna bandierina da piantare, nessun merito da rivendicare.
Il problema non è stabilire chi abbia avuto per primo una buona idea. Il problema è che a Sciacca ci sono troppe serrande abbassate e troppe attività che fanno fatica a resistere.

Se un’idea può essere utile, vale la pena discuterla. Se può essere migliorata, vale la pena migliorarla. Se un’esperienza maturata altrove può essere adattata alla nostra realtà, vale la pena studiarla.
E se anche una sola di queste proposte potrà contribuire a riaprire una serranda, mantenere in vita un’attività, creare un posto di lavoro o restituire una vetrina alla città, allora il confronto avrà avuto un senso.

Perché il vero successo del regolamento non sarà il giorno della sua approvazione in Consiglio comunale.
Sarà quando potremo verificare che il centro storico di Sciacca ha ricominciato, concretamente, ad aprire le proprie porte.