La manifestazione promossa a Sciacca ieri dall’attivista animalista Enrico Rizzi, a seguito della terribile vicenda dei cani trovati morti in un’abitazione della città, merita una riflessione che va oltre il singolo episodio e investe un tema più ampio: il ruolo delle figure carismatiche nella società contemporanea.

Desidero chiarire sin dall’inizio un aspetto fondamentale. Condivido pienamente la battaglia di Enrico Rizzi contro ogni forma di maltrattamento degli animali.

Di fronte a episodi di inaudita crudeltà, l’indignazione è doverosa e la richiesta di giustizia è non solo legittima, ma moralmente necessaria. Ben vengano, dunque, tutte quelle iniziative che contribuiscono a mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica su fenomeni che offendono la coscienza civile.

Proprio perché condivido la finalità dell’iniziativa, ritengo tuttavia opportuno soffermarmi su un diverso profilo: quello del ruolo assunto oggi da alcune personalità pubbliche che, grazie ai social network e alla loro straordinaria capacità comunicativa, riescono a mobilitare migliaia di persone e a orientare il dibattito pubblico.

Enrico Rizzi rappresenta indubbiamente una di queste figure. È un influencer nel senso più moderno del termine: una persona capace di incidere sull’opinione pubblica, di richiamare l’attenzione dei media e di trasformare una vicenda locale in un tema di rilevanza nazionale.

Questa capacità costituisce una risorsa importante quando viene utilizzata per richiamare l’attenzione su cause di grande valore civile, come la tutela degli animali.
Ma proprio qui nasce una riflessione più ampia.

La figura dell’influencer, soprattutto quando esercita una forte capacità di mobilitazione, presenta alcune analogie con quella che storicamente veniva definita il “capo popolo”.

Non si tratta, naturalmente, della stessa figura né dello stesso contesto storico. Il capo popolo apparteneva a epoche in cui le istituzioni democratiche erano deboli o inesistenti; l’influencer opera invece in una società aperta, nella quale la comunicazione digitale amplifica enormemente il consenso personale.

Eppure un elemento comune esiste: entrambi riescono a costruire un rapporto diretto con una vasta platea di cittadini, spesso prescindendo dai tradizionali corpi intermedi e dalle istituzioni. Entrambi fanno leva sulla fiducia personale, sulla credibilità conquistata nel tempo e sulla capacità di trasformare un sentimento collettivo in una mobilitazione concreta.

Questa constatazione non vuole essere una critica nei confronti di Enrico Rizzi, né tantomeno mettere in discussione il suo impegno. Al contrario, rappresenta il riconoscimento della sua indiscutibile capacità di coinvolgere migliaia di persone attorno a battaglie che ritiene giuste.

Tuttavia, proprio in uno Stato di diritto, credo sia necessario mantenere sempre una distinzione netta tra il consenso popolare e il funzionamento delle istituzioni.

L’indignazione collettiva è un motore fondamentale del cambiamento sociale. Le manifestazioni pubbliche sono uno strumento costituzionalmente garantito e rappresentano un’espressione della partecipazione democratica. Esse possono contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica e a sollecitare maggiore attenzione verso problemi spesso trascurati.

Diverso è il piano dell’accertamento delle responsabilità.

La giustizia non può essere amministrata dalla piazza, dai social network o dalla pressione mediatica, per quanto animata dalle migliori intenzioni. Deve essere amministrata esclusivamente dalle autorità competenti, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, affinché ogni decisione sia fondata sulle prove e non sull’emotività del momento.

È questo il tratto distintivo dello Stato di diritto: la forza delle istituzioni prevale sulla forza del consenso.

Per questa ragione ritengo che la moderna figura dell’influencer, quando assume una straordinaria capacità di orientare l’opinione pubblica, presenti alcune significative affinità con quella del “capo popolo”. Non nel significato storico del termine, ma nella dinamica del rapporto diretto con i cittadini e nella capacità di esercitare una forte influenza sulle coscienze collettive.
È un fenomeno che non va demonizzato, ma osservato con attenzione.

Le grandi battaglie civili hanno spesso bisogno di persone capaci di scuotere le coscienze. Ma una democrazia matura si misura anche nella capacità di non confondere il consenso con la giurisdizione, la mobilitazione con la decisione, il carisma con l’autorità dello Stato.

La vicenda di Sciacca offre, dunque, un’importante occasione di riflessione. Possiamo condividere senza esitazione la causa, sostenere il diritto dei cittadini a manifestare e apprezzare il ruolo di chi riesce a dare voce a un sentimento diffuso. Allo stesso tempo, però, dobbiamo continuare a credere che la risposta definitiva debba provenire dalle istituzioni della Repubblica, dalla magistratura e dall’applicazione imparziale della legge.

È questa, a mio giudizio, la vera differenza tra una società governata dal carisma dei singoli e una comunità fondata sullo Stato di diritto.