La nascita di un comitato civico per la realizzazione di un monumento dedicato ai 37 partigiani saccensi rappresenta un’iniziativa di grande valore morale e civile. Il lavoro di ricostruzione storica condotto dall’architetto Calogero Segretorestituisce infatti dignità e memoria a cittadini che parteciparono alla Resistenza, contribuendo alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo.


Il coinvolgimento dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani testimonia quanto il tema della memoria sia ancora vivo e sentito. Ricordare chi si oppose al regime è un dovere collettivo, perché quei valori hanno contribuito alla nascita della nostra democrazia.
Allo stesso tempo, però, questa iniziativa offre l’occasione per una riflessione più ampia e inclusiva sul modo in cui una comunità sceglie di ricordare il proprio passato.
Durante la Seconda guerra mondiale, infatti, non furono soltanto i partigiani a sacrificarsi. Migliaia di militari italiani — appartenenti all’esercito, alla marina, all’aviazione e all’Arma dei Carabinieri — vissero esperienze drammatiche e, in moltissimi casi, persero la vita.
Particolarmente tragica fu la campagna di Russia, dove reparti italiani — prima il CSIR e poi l’ARMIR — furono inviati a combattere al fianco della Germania nazista contro l’Unione Sovietica. La ritirata dell’inverno 1942-43 rappresenta una delle pagine più dolorose della storia militare italiana: migliaia di uomini morirono congelati, feriti o dispersi, spesso senza un reale margine di scelta rispetto al proprio destino.

Molti di questi militari operarono in un contesto segnato dalle decisioni del regime di Benito Mussolini, pur essendo consapevoli delle difficoltà e delle contraddizioni di quella guerra. Il vincolo del dovere, le leggi militari e la struttura gerarchica imponevano l’obbedienza agli ordini ricevuti. In questo quadro si inserisce anche il sacrificio di numerosi Carabinieri, chiamati a operare in condizioni particolarmente complesse e spesso privi della possibilità di scegliere diversamente.
È importante chiarire che eventi come la Operazione Valchiria appartengono al contesto tedesco; tuttavia, il periodo successivo all’8 settembre 1943 vide anche molti italiani coinvolti in deportazioni, combattimenti e situazioni caotiche che causarono un altissimo numero di dispersi e caduti.
Alla luce di questa realtà, la scelta di dedicare un monumento esclusivamente ai 37 partigiani può apparire, a una parte della cittadinanza, come una rappresentazione parziale della memoria collettiva. Non si tratta di sminuire il valore della Resistenza, ma di affiancarle il ricordo di tutti coloro che, in uniforme, hanno pagato con la vita il dramma della guerra.
In un momento storico in cui emerge forte il bisogno di coesione nazionale, una memoria più ampia e condivisa potrebbe contribuire a unire piuttosto che distinguere. Da qui nasce la proposta di integrare i nomi dei partigiani con quelli degli altri caduti saccensi della Seconda guerra mondiale, attraverso una stele o un ampliamento del monumento già esistente ai caduti della Prima guerra mondiale in Piazza Saverio Friscia.

Un luogo già simbolico, che potrebbe così diventare spazio di memoria collettiva, capace di raccontare tutte le storie: quelle della scelta consapevole della Resistenza e quelle del dovere imposto della guerra.
Ricordare non significa dividere, ma comprendere. E forse oggi, a distanza di oltre ottant’anni, la sfida più importante è proprio questa: costruire una memoria che sappia includere, riconoscendo il valore umano di ogni sacrificio.