di Enzo Indelicato

Fino agli anni trenta del secolo scorso i progressi della tecnologia nell’ambito dell’agricoltura non erano ancora conosciuti ed applicati nella nostra isola. Alcuni importanti lavori agricoli quale ad esempio il dissodamento del terreno con l’aratura e la semina dei cereali si praticava ancora con l’aratro di legno tirato da due bestie, fossero due buoi, due muli o due cavalli. Per aggiogare l’aratro di legno agli animali venivano utilizzati alcuni attrezzi indispensabili ed interdipendenti tra loro. Il pezzo principale era l’aratro tutto in legno con la sola punta, il vomere, in ferro. L’asse lungo dell’aratro, che costituiva il braccio per il traino da parte dei due animali, veniva legato ad un altro asse di legno, il giogo, che trasversalmente poggiava sul collo dei due animali per mezzo di una piccola sella. Le varie parti venivano tenute ben fisse per mezzo di cordicelle e di spinotti di legno o di ferro. L’asse lungo dell’aratro e l’asse corto di legno che poggiava sul collo degli animali formavano una croce, che ricordava nel sentire dei contadini la sacralità della croce di Gesù Cristo. Pertanto l’asse trasverso della croce, nel nostro caso il giogo, su cui poggiava il capo di Cristo sulla croce, ha assunto il significato di simbolo sacro. Poichè la maggior parte dei contadini possedevano un solo mulo o cavallo per il lavoro dei campi, durante l’aratura dei terreni e della semina, si consociavano con il vicino in modo da avere due bastie per l’aratura. Solo dopo pochi anni con l’introduzione dell’aratro a scocca tutto in ferro per l’aratura si poteva utilizzare solo una bestia.

Da poco sposato Gregorio aveva stabilito la sua dimora provvisoria in campagna, in una piccola casa situata a margine del suo piccolo podere, che fiancheggiava la strada, e che aveva ereditato da suo padre qualche anno prima di sposarsi. Qui viveva con la moglie in ristrettezze non solo abitative ma anche economiche. Era consuetudine dei contadini abitare stabilmente nelle case di campagna per poter meglio accudire gli animali e più agevolmente coltivare i terreni. Settimanalmente la domenica si recavano in paese, dove avevano una piccola abitazione talvolta di proprietà o in affitto, per sbrigare certi affari, per andare a messa o per incontrare parenti ed amici. Subito dopo la guerra e fino ai primi anni cinquanta del novecento il ceto marinaresco del paese viveva una crisi economica molto preoccupante soprattutto a causa della ridotta richiesta del pesce da parte delle ditte del salato. Pertanto per poter tirare su la famiglia sistematicamente i marinai cercavano lavoro nella campagne, durante la raccolta delle olive, la vendemmia dell’uva, la raccolta delle mandorle o la raccolta del cotone. Erano però lavori che duravano brevi periodi e che non potevano assicurare il pane alla famiglia. Così accadeva spesso che alcuni di loro si recavano nelle campagne per vendere un poco di pesce pescato con piccole barche o con l’amo. Pesce che veniva barattato con qualche litro di olio o con uova o con farina o con altro che fosse commestibile. Era regola che i marinai, muniti di una capiente coffa, si approvvigionavano anche della legna per cucinare che raccoglievano nelle campagne. Di solito si potevano incontrare la domenica nelle strade di campagna, quando la maggior parte dei contadini si recavano in paese. Di norma ogni marinaio aveva la consuetudine di recarsi nella contrada che conosceva meglio per l’assidua frequenza sopratutto durante i brevi periodi occasionali di lavoro presso i contadini. Pertanto spesso si creavano rapporti di conoscenza se non addirittura d’amicizia tra contadini e marinai. Cussu, un giovane marinaio, mentre andava per le campagne in cerca di legna si era accorto che accanto alla piccola casa del sig. Gregorio c’era accatastato un mucchio di legna tagliata a pezzetti per uso domestico. Non volendo dare troppo nell’occhio ed essere visto da qualche passante, considerato che la casa si trovava accanto alla strada principale, aveva pensato che era meglio ritornare di domenica quando la strada non era molto frequentata da passanti ed il proprietario sarebbe stato assente perchè si recava in città come di solito. La domenica successiva Cussu si alzò presto come al solito quando si doveva recare in campagna a raccogliere legna. Durante la notte aveva dormito male aveva fatto dei brutti sogni. Aveva sognato di essere in campagna inseguito da brutti mostri. Lui correva disperatamente ma non riusciva a fare molta strada si che il mostro l’aveva sempre alle calcagna. Si svegliò spaventato ed ansimante. Si alzò dal letto ha preso un pezzo di pane, la sua inseparabile coffa e si avviò verso la solita campagna. Durante il percorso dalla marina alla contrada Molara ha incontrato molti contadini che a dorso di muli o cavalli, di mattina presto, da soli o con le mogli, si recavano in città. Anche il sig. Gregorio con la moglie si recava in città in sella al suo cavallo, come faceva quasi regolarmente ogni domenica, tranne quando erano periodi critici o impegnativi quale al mietitura o la raccolta del cotone. Quella mattina di domenica di metà giugno Gregorio aveva incontrato alcuni di questi marinai che isolatamente si recavano verso le campagne per raccogliere verosimilmente un poco di legna e quant’altro capitasse loro davanti che fosse utile per la casa. Lo scambio di saluti e convenevoli durava pochi secondi, il tempo che il passo del cavallo e quello del marinaio si incrociavano senza fermarsi. Ognuno trascorreva la giornata a modo proprio. Cussu arrivò nella contrada dove il sig. Gregorio aveva la sua casotta. Lanciò un’occhiata in giro e si rese conto che accanto alla casa giaceva ancora la legna ammucchiata. Penò che era meglio prenderla al ritorno dalla sua ricerca, quando la sua coffa fosse quasi piena di altre roba che avrebbe trovato in terreni più lontani. Tutto era utile per la sua famiglia: mandorle, pere, lazzeruoli, e quant’altro fosse commestibile. Dopo un paio d’ore di ricerca, quando la sua coffa era quasi piena, pensò di rientrare in città completando la raccolta con un poco di quella legna a portata di mano vicino alla casa del sig. Gregorio, già pronta all’uso. Arrivato all’altezza della casa guardò attentamente la strada avanti e indietro per accertarsi che non arrivasse qualche passante. Osservò con attenzione che nei poderi confinanti non vi fosse qualche contadino che la domenica si era dedicato a fare qualche lavoro più leggero ed occasionale, la “ratteddha”. Non vedendo nessuno intorno si avviò verso la casa. La porta era chiusa con il catenaccio. Raccolse un poco di quella legna fino a riempire completamente la coffa, e stava per avviarsi, quando si accorse che accanto all’ulivo secolare, dentro il tronco cavo, c’era appoggiato un arnese di legno. Si avvicinò lo prese tra le mani . Era massiccio e pesante. Chissà quanto fuoco si poteva ricavare da quel legno. In verità si trattava di un attrezzo agricolo il giogo, jùu, necessario per aggiogare due bestie all’aratro di legno per l’aratura del terreno. Cussu si rese conto della tipologia dell’attrezzo. Ma pensò che, essendo poggiato al quel tronco di ulivo saraceno secolare, ormai fosse in disuso e quindi non più necessario al proprietario. Lo prese, lo infilò nella coffa e si avviò verso il paese. La strada era deserta a quella tarda ora del mattino. Quasi tutti i contadini della contrada si trovavano già in paese. Nessuno poteva essere di ritorno al quell’ora della mattinata. Così Cossu non visto da nessuno ha potuto portare il suo variegato bottino, compreso lu jùu, a casa sua alla marina. Il sig. Gregorio intanto era arrivato in paese, era entrato nella sua casa che si trovava nella parte alta del paese, nel quartiere San Michele, abitato quasi esclusivamente da contadini. Aveva fatto entrare il cavallo nella stalla in un angolo della quale c’era anche la cucina ed un gabinetto a perdere in una fossa che in un lontano passato aveva avuto funzione di cisterna. Poi era uscito di casa , mentre la moglie si recava a trovare le cognate e la suocera che abitavano poco distanti. Avevano sbrigato altre faccende, comprato quel poco necessario per la casa, e quindi nel tardo pomeriggio avevano deciso di rientrare in campagna. Arrivarono in campagna che già era buio. Avevano cenato, rassettato la casa che avevano lasciato in disordine per la partenza mattutina in paese, ed sono andati a dormire. La mattina successiva si erano alzati presto poichè avevano tanti lavori da affrontare. Gregorio era uscito di casa e si apprestava a sistemare gli attrezzi per andare a lavorare nei campi, mentre la moglie preparava qualcosa da mangiare da portare via per il pranzo. Era poco più dell’alba e Gregorio notò che il mucchio di legna, che lui aveva spaccato a colpi di accetta, e che aveva messo accanto al muro di casa, era diminuito vistosamente. Controllò con maggiore attenzione e si rese conto che c’era stato un furto. Pensò subito che quella legna era stata portata via da qualche marinaio. Non gli importò più di tanto. Ne avrebbe spaccata altra in quanto a breve avrebbe fatto la potatura degli ulivi. Ma quando si avvicinò al grande albero di ulivo che stava davanti alla casa, nel cui grande tronco cavo metteva spesso alcuni attrezzi di lavoro, si accorse che mancava qualcosa anche li. Guardò e riguardò, e si rese conto che mancava lo Jùu, un attrezzo indispensabile per poter aggiogare le bestie all’aratro. Questo attrezzo era fatto di un legno particolare molto resistente. E non era facile procurarsene un altro. A questo punto il sospetto che si trattasse di un furto, diventò certezza. Chi aveva potuto rubare la legna e quel indispensabile attrezzo di legno se non qualche marinaio in cerca di qualcosa da ardere? Il sospetto che potesse essere quel Cussu, incontrato la mattina della domenica mentre si recava in paese, cominciò a prendere consistenza. Certamente doveva essere lui poi che sapeva che in casa non c’era nessuno in quanto i proprietari li aveva incontrati mentre si recavano in paese. Sicuramente era stato Cussu. Come fare per recuperare la refurtiva? Non certo la legna pensava di recuperare, ma quel prezioso attrezzo che aveva ereditato da suo padre e che non era facile averne uno uguale. C’era il rischio che quello jùu potesse essere utilizzato dalla famiglia del marinaio come legna da ardere. E sarebbe stato un vero guaio per Gregorio, in quanto, con l’autunno alle porte, doveva cominciare ad arare i terreni per preparali alla successiva semina. Come fare per recuperarlo? Andare direttamente a casa del marinaio e chiederne la restituzione? Certamente avrebbe negato di averlo rubato, e quindi non poteva recuperarlo. Pensò allora di recarsi alla marina e diffondere la voce che aveva subito il furto di quel prezioso arnese di lavoro. Questa gli era sembrata la soluzione migliore per recuperare lo jùu. Così, la domenica successiva, la prima cosa che fece quando si recò in paese fu quella di recarsi nel quartiere della marina. I marinai, quando non andavano a pescare, avevano la consuetudine di riunirsi in luoghi appartati dove discutevano, giocavano a carte, scherzavano, passavano il tempo in attesa di rientrare nelle loro piccole abitazioni per il pranzo. Gregorio cominciò a parlare con alcuni marinai di sua conoscenza poi che in certi periodi dell’anno aveva avuto necessità di chiamarli per la raccolta delle olive. Così raccontò loro del furto subìto, della legna e dello jù. “Capisco -diceva- che la legna è necessaria per accendere il focolare per preparare da mangiare. E questa legna non mi interessa. Ma sono preoccupato se dovessero bruciare lo jùu che rappresenta la croce di nostro Signore Gesù Cristo. Molte disgrazie si riverserebbero su quella famiglia”. La notizia del furto dello jùu e delle terribili disgrazie che sarebbero arrivate se l’autore del furto l’avesse bruciato, fece il giro del quartiere dei marinai in poche ore, ed arrivò anche alle orecchie della famiglia di Cussu che ne restò sconvolta. Cussu e la moglie, preoccupati per le gravi conseguenze che potevano derivare da quel pezzo di legno di cui non conoscevano nè l’utilizzo nè il sacro significato, si consultarono per trovare la soluzione per disfarsi di quell’oggetto. La prima cosa che pensarono era stata quella di buttarlo a mare nottetempo. Ma subito questa ipotesi l’avevano bocciata perchè sapevano bene che il mare con le sue ondate avrebbe riportato sulla spiaggia l’oggetto che sarebbe stato trovato da qualcuno e riconosciuto come quello del furto. E tutti avrebbero saputo che si trattava dello jùu da lui rubato. Bruciarlo? Manco a pensarci. Si sarebbero abbattuti tanti di quei guai sulla loro famiglia! Dopo tante improbabili ipotesi per disfarsi dello jùu , erano arrivati alla decisione più ragionevole: quella di restituirlo al proprietario. Ma nessuno doveva sospettare che l’autore del furto era stato Cussu. Così l’onore della sua famiglia restava immacolato. La domenica successiva, nottetempo, Cussu preparò la sua coffa, vi ripose dentro lo jùu, lo coprì con uno straccio e si avviò verso la contrada Molara dove era la casa del sig. Gregorio. Quando arrivò nei pressi della casa era quasi l’alba. Accertatosi che li intorno non c’erano persone che potessero vederlo, depose il jùu nell’incavo dell’ulivo secolare davanti alla casotta, e via, di ritorno a casa. Essendo ancora alle prime luci del giorno, lungo la via di ritorno non aveva incontrato nessuno. L’impresa era stata portata a termine con successo. Cussu era ora soddisfatto di aver riportato lu jùu dal proprietario e, rasserenato nell’animo, se ne tornò direttamente in paese ,alla marina.
Articolo del Dott. Vincenzo Indelicato
Nato a Sciacca il 29 Aprile 1941. Nel 1960 ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Tommaso Fazello di Sciacca e la laurea in Medicina e Chirurgia il 21 Luglio 1967 presso l’Università di Palermo. Il 10 Luglio 1970 ha conseguito la Specializzazione in Cardiologia presso l’Università di Torino e quella di Medicina Interna il 17 Novembre 1977 presso l’Università di Torino Dal 1970 in poi ha conseguito l’Idoneità Nazionale ad Assistente Cardiologo ; poi quella di Aiuto Cardiologo ed infine quella di Primario Cardiologo .Dall’ 8 Marzo 1972 ha intrapreso la carriera ospedaliera prima come Assistente Cardiologo presso l’UTIC dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, e dal 16 Novembre 1982 come Aiuto Cardiologo di ruolo presso l’UTIC dell’Ospedale Giovanni XXIII° di Sciacca dove ha svolto il ruolo di Primario Cardiologo dal 1 Settembre 1991 fino a 3 Novembre 2003. Durante il periodo Ospedaliero ha partecipato a vari congressi di cardiologia regionali e nazionali sia come relatore che come moderatore. Dal Novembre 2003 ha esercitato la libera professione a Sciacca come Specialista Cardiologo, e dal Maggio 2012 come specialista cardiologo convenzionato con il SSN.