«I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo…» (Gv 19, 2).
Oggi è il Venerdì Santo. In tutto il mondo cristiano ci si ferma, si abbassa la voce, si prega, si ricorda. E’ il giorno della Crocifissione di Gesù Cristo, e ogni anno torna con la stessa forza antica, capace di sospendere il ritmo frenetico delle nostre vite.
Eppure, per noi saccensi, questo giorno dovrebbe significare qualcosa in più.
Qualcosa che va oltre la devozione condivisa con milioni di fedeli sparsi per il pianeta.
Qualcosa che è nostro da secoli, che appartiene alla nostra storia.
Perchè qui a Sciacca, custodite nel cuore della città alta, nel silenzio quasi totale di una comunità che spesso sembra averle dimenticate, ci sono le Sacre Spine.

Parliamo di frammenti fisici, reali, della Corona che cinse il capo di Cristo durante la Passione.
Per capire cosa abbiamo tra le mani, bisogna fare un salto indietro nei secoli e immaginare Parigi. Siamo nel 1239, e Luigi IX di Francia, quello che la Chiesa chiama San Luigi , acquista la Corona di Spine e le reliquie della Passione. Per custodirle degnamente fa costruire la Sainte-Chapelle, uno scrigno di vetro e luce nel cuore della capitale francese, ancora oggi considerato uno dei capolavori del gotico mondiale.

Da lì, la storia prende una piega che ci riguarda da vicino. Carlo d’Angiò, Re di Napoli e fratello di San Luigi, entra in possesso di alcuni di quei frammenti sacri e li porta nel Sud Italia. Attraverso i secoli e gli intrecci del potere medievale, quelle reliquie arrivano nelle mani di Eleonora d’Aragona, sposa del Conte Guglielmo Peralta, lo stesso che volle edificare il monastero della “Badia Grande”.
Sono loro che, con un gesto di fede profonda e silenziosa, donano le Sacre Spine alla città di Sciacca il 31 maggio del 1386.
Per secoli, la “Festa delle Spine” è stata una solennità capace di tenere insieme il sentimento popolare e il senso di appartenenza a qualcosa di più grande. Tuttavia, il cammino di questa tradizione ha subito una brusca interruzione storica. Con l’ arrivo dell’Unità d’Italia, il legame tra la città e le sue reliquie ha iniziato a sfilacciarsi, complice anche la legislazione eversiva (come la legge del 7 luglio 1866) che portò alla soppressione degli ordini religiosi e alla confisca dei beni ecclesiastici, disperdendo quel tessuto sociale e spirituale che alimentava il culto.
Oggi ci ritroviamo in una situazione quasi paradossale e abbastanza dolorosa da ammettere: siamo i custodi più silenziosi di una reliquia che il resto del mondo cristiano considera straordinaria.
Fuori dai confini comunali, in provincia e soprattutto ad Agrigento, l’interesse per le Spine saccensi è concreto, A Sciacca, invece, spesso il silenzio. Basta guardare cosa succede altrove con reliquie simili:
Andria, dove il richiamo per decine di migliaia di pellegrini si traduce in economia e visibilità;
Vicenza, dove la reliquia dialoga con l’arte di Palladio;
Noto, che ha saputo trasformare la devozione in un evento corale d’alto profilo.
Se oggi il silenzio su questo immenso patrimonio non è assoluto, lo si deve alla tenacia intellettuale di Vincenzo Mandracchia. È stato lui, con la lungimiranza del saggio del 2012 ‘Sciacca e le sacre spine’ e il recente impegno documentaristico, a farsi scudo contro l’oblio. Insieme alla dedizione di figure come Don Pasqualino Barone, Mandracchia cerca di non far morire questa tradizione e portare in auge un pezzo importante di storia saccense. Loro sono la voce che ha rotto il silenzio e grazie a loro possiamo permetterci di sognare qualcosa in più.

Con questa consapevolezza, rivolgiamo un pensiero e un invito, al nuovo Arciprete, don Calogero Lo Bello. Gli chiediamo di raccogliere questo tesoro e portarlo nel futuro. Non come un peso ma come opportunità spirituale e culturale.
Immaginiamo un itinerario della fede e della memoria: un cammino che parta da San Michele, riannodi i fili della storia dei Peralta, si elevi nel silenzio della grotta di San Calogero e trovi il suo compimento tra le teche del Museo Diocesano e lo splendore della nostre chiese.
Un percorso sacro capace di parlare ai fedeli, ai turisti, ai curiosi. Capace di restituire a Sciacca la consapevolezza di ciò che è.
Che questa Pasqua diventi il momento della riscossa culturale.
Che sia l’occasione per guardare in faccia quello che abbiamo e che spesso ignoriamo.
Le Sacre Spine aspettano. Riscopriamo l’orgoglio di essere i guardiani di un frammento di eternità: perché una città che dimentica il suo passato e la storia universale, potrebbe finire inevitabilmente per dimenticare sé stessa.