Entrano nel vivo i riti della Settimana più importante per noi cattolici. Da questo pomeriggio fino alla Resurrezione, la  Chiesa è in lutto. Il silenzio  incombe sulla città e diventa un imperativo legato alle leggi della tradizione ecclesiastica .Quando eravamo ragazzi, questo silenzio era interrotto solo dal suono della tròccula, una tavola di legno cui era attaccata una maniglia di ferro, che risuonava in tutti i vicoli per richiamarci alla preghiera e al raccoglimento e invitarci alle funzioni.

Adesso, per noi devoti, è abitudine prepararsi all’uscita serale per andare a visitare i sepolcri nelle nostre chiese. Ci incontriamo con gli amici in Piazza Carmine e da lì iniziamo il “giro”. Il Giovedì Santo è il giro delle chiese. In numero dispari, sette , se possibile: Carmine, Madrice, Collegio, San Leonardo, Santa Caterina, San Michele, Giglio. Oppure San Pietro, Beata Vergine di Loreto e la Chiesetta del Purgatorio, a secondo dell’itinerario che si vuole fare.

Il numero delle tappe assume un valore simbolico: tre richiama la Santissima Trinità, cinque le piaghe di Cristo, sette i dolori della Madonna. Questo percorso all’interno del  nostro centro storico e’ anche l’occasione per rivedere quelle zone della città un pò dimenticate, i vicoli della nostra fanciullezza, le scalette e le piazze dove il tempo sembra essersi fermato.” Qui ci abitava quello, qui ci viveva quell’altro”” Questa era la casa di mia nonna” ”Qui ci abitava la mia maestra” E’ un percorso religioso, ma anche un percorso fatto di sensazioni e ricordi. Quello che ci deludeva, in questi ultimi anni, era , secondo noi, la scarsa cura che si dava alla preparazione dei “sepolcri” nelle nostre chiese. Fatta eccezione per la Chiesetta di San Leonardo, dove la confraternita e i parrocchiani si dedicano con amore a creare un sepolcro ricco di germogli, di simboli della passione ( il vino, il pane, le coddure ) e poi una dovizia di fiori e piante con la grande Croce al centro, fiori e piante, tanti lumini. 

Sarebbe bello se , in tutte le nostre parrocchie, si ritornasse a queste belle tradizioni. l termine stesso, “lavuri”, usato in dialetto per indicare il campo coltivato a grano, lascia intendere il legame profondo tra questa pratica e la vita rurale. I “lavureddi” sono, nel loro significato più puro, dei piccoli campi, delle minuscole rappresentazioni simboliche della terra pronta a germogliare, segni tangibili dell’attesa e della speranza, dell’attaccamento al ciclo della natura e della fede nella rinascita. La loro preparazione, come ricordava Giuseppe Pitrè, iniziava tradizionalmente il Mercoledì delle Ceneri, quando in alcune chiese si benediva il grano che i fedeli avevano portato da casa, destinato a diventare nei giorni seguenti simbolo di preghiera e devozione silenziosa. A casa, le donne – sempre loro, vere custodi del culto domestico – disponevano i semi di grano e legumi (in genere lenticchie) in ciotole o piatti, sul fondo dei quali veniva sistemata ovatta, stoppa o cotone, inumiditi regolarmente e tenuti al buio per quaranta giorni. I semi germogliavano e crescevano alcuni alla luce dove, per il processo della fotosintesi clorofilliana, diventavano verdi oppure, nel buio di una cassapanca crescevano gialli; e questo (il buio) per simboleggiare la morte e poi la resurrezione. I lavureddi, con il loro giallo ai piedi dell’altare in cui era custodita l’ostia del giovedì Santo, gior­no dell’istituzione dell’Eucaristia, suscitavano non solo sentimenti di pie­tà per la morte di Gesù Cristo, ma anticipavano anche la speranza della Sua resurre­zione.

Nei sepolcri i fiori bianchi sono simbolo di purezza e di lutto, ma anche di speranza per la nuova vita. I germogli di grano o legumi rappresentano la rinascita e la speranza della Resurrezione, il passaggio dalle tenebre alla luce. Il pane e vino sono il richiamo all’Ultima Cena e al sacrificio eucaristico. I dodici piatti sono il simbolo degli Apostoli presenti all’Ultima Cena. Le candele e luci: segno della presenza di Cristo, “Luce del mondo”.