Nostro servizio particolare
Alla soglia dei settant’anni sono tornato ad andare al Circo, nel ruolo questa volta di “nonno accompagnatore”.
L’occasione che si è presentata è stata ghiotta, avendo piantato le tende a Sciacca un Circo con ottime referenze, il Madagascar Circus di Maya Orfei:

Rapida ricerca sul web: “Il Circo più grande d’Italia”, e ancora “Il Circo più premiato al Festival di Montecarlo”.
Mi sono messo in azione e ho iniziato a fare pressing sul mio nipotino di 3 anni e mezzo, un piccolo vulcano di energia con la testa da grande: “nonno ti porta al Circo!” gli ho detto.
Alla fine per la verità ho avuto la sensazione che fosse più lui ad accontentare me, ma comunque ha pronunciato il suo fatidico SÌ.
Ed eccoci all’ingresso del Madagascar Circus, i due nonni che gli fanno da scorta e lui, che si è autonomamente attrezzato con tanto di macchina fotografica giocattolo, di quelle che sviluppano una specie di foto su un rotolo di carta contenuto all’interno: lo tengo per mano e in cuor mio quella macchina fotografica mi fa nutrire la speranza di avere a fianco un futuro novello reporter, che un giorno vorrà coltivare anche lui la passione giornalistica del nonno e diventerà sicuramente più bravo di me.
Passiamo in biglietteria (ci tiene molto a consegnare lui i soldini al cassiere in divisa circense) e tutti e tre ci avviamo attraverso il lungo corridoio che introduce sotto il grande tendone circolare del Circo: la prima impressione sembra confermare le attese, c’è molto personale, c’è anche una sorta di tendone attrezzato a bar immediatamente adiacente all’ingresso, i riflettori multicolore fanno tanto atmosfera, l’ambiente è confortevolmente riscaldato e il pubblico è discretamente numeroso.
Tempo di prendere posto e lo spettacolo inizia puntuale, alle 16.
In realtà inizia lo show. Perché è proprio questa l’impostazione: ricca scenografia, costumi belli e molto colorati (prevale il rosso), ballerini, una cantante solista molto brava del tipo musical, acrobati, cavalli, giocolieri, illusionisti, artisti internazionali, un carosello di circa 100 animali esotici tra i più grandi d’Europa, le basi musicali prevalentemente techno ma che non ci privano dell’immancabile Sal Da Vinci con il suo Per Sempre Sì.
La mia sensazione, immediata e poi anche finale, è che lo spettacolo curi più l’immagine che la sostanza, l’effetto scenografico e visivo più che la qualità artistica dei singoli numeri, che si susseguono in buona continuità.
Nell’intervallo c’è la visita allo zoo (a pagamento…), e il nipotino decide che occorre farla perché deve fotografare “il ricco campionario esotico”: la grande giraffa dal collo lunghissimo, che si abbassa fino a farsi accarezzare il muso dai bambini, è quella che lo attrae di più.
A parte i cavalli della prima parte, tutti gli animali esotici entrano comunque in scena nella seconda parte, con un gran carosello sulla pista. Tra illusionisti (ma qual’è il trucco? continui a chiederti…) ed altri numeri si arriva così all’epilogo finale, ancora una volta sotto forma di broadway show.































Percorrendo a ritroso il corridoio che porta all’uscita, e tenendo per mano il mio nipotino, mi rendo conto che ho dentro di me un sentimento di profonda nostalgia: quella per il mio carissimo Circo di una volta, quel Circo magari un pò artigianale ma che aveva i suoi principali protagonisti in clown, trapezzisti, tigri e leoni all’interno della grande gabbia circolare montata tra primo e secondo tempo, che ho sempre considerato le attrazioni più tipiche.
Clown, trapezzisti, tigri e leoni: e proprio di loro nel Circo moderno più grande d’Italia non c’era stata traccia alcuna nello spettacolo appena concluso. Con mio rammarico, mi accorgo con malinconia.
Più forma estetica che sostanza artistica, insomma.
Ma non è così dappertutto oggi, in ogni aspetto della nostra società?