di Alice Titone

Riceviamo e con particolare piacere pubblichiamo:

Ci sono giorni in cui Sciacca si sveglia con una luce che sembra voler perdonare tutto: il vento, la polvere, le storie di una terra difficile.

È un venerdì quando varco la soglia dell’ospedale per lo screening mammografico, quel rito di prevenzione che facciamo un po’ per dovere e un pò per scaramanzia.

Ad accogliermi trovo un volto: una donna gentile, una di quelle presenze che sanno trasformare un corridoio asettico in un luogo di passaggio umano. Mi accudisce con una cordialità che non ti aspetti, mentre fuori il mondo dipinge la sanità siciliana con i colori del caos. Invece lì, regna l’ordine.

Vado via leggera, lasciando il mio controllo tra le mani della burocrazia, convinta di aver chiuso il capitolo

Il martedì, però, il pranzo ha un sapore diverso.

Il telefono squilla: è il reparto di Radiologia. Mi chiedono di tornare l’indomani, di portare con me tutta la mia storia clinica, i vecchi referti, il mio passato. In quel momento, l’incredulità si fa spazio, il tempo si dilata. Com’è possibile? Proprio quell’ospedale così bistrattato mi sta chiamando con una tempestività che spiazza?

Iniziano le mie ventiquattr’ore di attesa. Non è l’ansia che toglie il fiato, non è la rassegnazione di chi si sente già sconfitta. È una solitudine silenziosa. È il tempo che si ferma mentre il mondo fuori continua a correre. Resto in ascolto di me stessa, sospesa in un vuoto che solo chi ha aspettato un esito medico conosce.

Il verdetto della bellezza.

Senza che io lo sapessi, mentre vivevo il mio silenzio, tre medici erano già riuniti intorno alle mie immagini. Studiavano, confrontavano, cercavano la verità tra le ombre prima ancora che io varcassi di nuovo quella porta.

Mercoledì pomeriggio sono tornata lì. Il “seno sinistro” era l’imputato, il dubbio da sciogliere.

Ho vissuto una danza di precisione:  tomosintesi mammaria, ecografia, lo sguardo attento della radiologa e la mano sicura dell’addetta alla macchina. Due volti, due presenze impeccabili che sono state il mio ponte verso la risposta.

In quel momento mi sono sentita “fuori dal mondo”, ma nel senso più bello del termine. Sono fuori dal mondo del pregiudizio, fuori dal racconto della sanità che non funziona, fuori dalla rassegnazione siciliana.

Il verdetto arriva come una carezza: sto bene. Il pericolo è scongiurato.

Ma ciò che mi resta addosso, oltre al sollievo, è lo stupore. Sento il bisogno di raccontare che la bellezza non è solo nei coralli o nelle ceramiche di questa città, ma nell’umanità e nell’eccellenza di chi lavora in quel reparto. 

In quell’ospedale tante volte bistrattato e criticato, ho trovato una bellezza che non è fatta di marmi, ma di dignità e competenza.  Esiste un’isola efficiente, esiste un’operosità che non fa rumore ma che ti fa sentire protetta, ti salva la vita e l’anima: la sanità che funziona, proprio qui, a casa nostra.

Alice Titone