Sciacca sta vivendo una stagione di vibrante rinascita culturale. Vedere finalmente il Teatro Samonà aperto, ammirare le opere di Caravaggio e Goya, vedere la città riempirsi per le Vie dei Tesori è un segnale incoraggiante. Se a tutto questo aggiungiamo l’orgoglio del nostro Carnevale, i 400 anni di devozione alla Madonna del Soccorso e la sfida per diventare Capitale Italiana del Libro 2027, capiamo che qualcosa è cambiato davvero.

Sembra che anche la politica abbia finalmente compreso l’importanza di investire sulla cultura. È un traguardo che premia soprattutto chi non ha mai mollato: operatori culturali, parrocchie, circoli di cultura, imprenditori, scuole, l’università della terza età e delle tre età e testate locali che hanno tenuto accesa la fiammella della cultura nei posti più impensabili, anche quando i più pensavano che con “la cultura non si mangia”.

Eppure, in questa luce, resta un’ombra. Spesso ci si chiede: perché agli eventi culturali si vedono sempre le solite facce? Ma attenzione a non scambiare la fedeltà per chiusura. Quei soliti sono in realtà volti amici: cittadini che con la loro presenza costituiscono lo zoccolo duro su cui Sciacca può contare. Il punto non è quindi criticare chi c’è sempre (e meno male), ma indagare come mai gli altri si sentano ancora fuori posto.

Troppo spesso si dà la colpa della scarsa partecipazione agli eventi ai cittadini, liquidandoli come indifferenti. È un alibi comodo. La verità è che intere generazioni sono cresciute in una città che per ottant’anni è stata mutilata, senza un teatro e senza spazi di aggregazione. Se non hai mai avuto un palco o un museo vicino a te mentre crescevi, la curiosità diventa un muscolo che si atrofizza. Non è mancanza di interesse, è una ferita: è l’abitudine a sentirsi estranei a certe dinamiche.

È proprio in questo solco di “abitudine all’assenza” che certe dichiarazioni istituzionali risuonano stonate. Si rimane basiti, infatti, nel sentire che se i cittadini non visitano il Melqart o non hanno risposto come si sperava in occasione di mostre importanti, non è colpa della politica, ma del saccense stesso che non ne capirebbe l’importanza. E qui sta il vero nodo del problema. Il cambiamento richiede tempo e pazienza, lo sappiamo: il primo passo è smettere di puntare il dito contro il cittadino e iniziare a tendergli la mano.

Aprire i musei gratuitamente non basta. Un luogo è accessibile solo quando il pescatore, lo studente o l’impiegato non si sentono fuori posto varcando quella soglia e si sentono partecipi dell’identità cittadina. Bisognerebbe abbattere quel timore reverenziale che trasforma il museo o un teatro in un tempio per pochi eletti. La vera sfida della politica è sia aprire le porte ai giovani sia riconnettersi con quegli adulti che si sentono, senza colpa, degli esclusi.

In questa faticosa ricostruzione, la scuola è la nostra prima linea. Ci sono dirigenti e insegnanti che non si limitano a firmare carte, ma si inventano di tutto per trascinare i ragazzi a teatro o davanti a una mostra, cercando di accendere in loro una scintilla. Ma la scuola non può restare l’unico baluardo contro ottant’anni di desertificazione culturale. Se un ragazzo vive la mostra o una rappresentazione teatrale solo come una mattinata senza lezioni, come un obbligo segnato sul registro, quel seme cade sull’asfalto e non germoglia. La sfida vera è fuori dalla scuola, quei ragazzi trovino una città che parli la loro stessa lingua, capace di accoglierli e non di farli sentire stranieri in casa propria.

Ma se la scuola getta i semi, è nel tessuto della società civile che questi devono germogliare. In tal senso, realtà come il Museo Diffuso dei 5 Sensi hanno rivoluzionato il concetto di cultura rendendo il cittadino protagonista. Progetti come rassegne teatrali, musicali, il coraggio dello Sciacca Film Fest, la visione del Letterando in Fest ci dicono che la voglia di partecipare c’è, basta solo saperla chiamare per nome.

La cultura è l’unico modo che abbiamo per esprimerci davvero: senza, rimaniamo in silenzio. Il Melqart, così come gli altri tesori che custodiamo in città, aspettano che i loro figli, di ogni età e generazione, tornino a scoprirli come elementi della propria identità.

Mentre alcuni rappresentanti delle istituzioni dimostrano già una spiccata sensibilità, è necessario che il resto della classe politica senta il dovere di abitare stabilmente i luoghi della cultura. L’esempio della presenza costante è il primo passo per legittimare una programmazione coraggiosa, capace di andare a cercare e coinvolgere chi non è convinto.

 Se non sapremo trasformare la cultura da evento d’élite a bene comune, avremo fallito come comunità.

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Di FILENA RIZZUTO

Sono esperta in comunicazione internazionale e mi occupo di ospitalità di lusso.In questi anni ho capito che in vacanza la vera ricchezza è scoprire le cose semplici e genuine del paese in cui si è ospiti. Per questo adoro condividere le tradizioni, la bellezza e il buon cibo e racconto piccole storie che fanno grande la nostra storia, provando a stuzzicare il piacere della scoperta di Sciacca e delle "cose" di Sicilia.