di Greta Cacioppo, 3^A SAS IISS Don Michele Arena di Sciacca, articolo partecipante al Premio Giornalistico Enzo Porrello
C’è un luogo dell’entroterra agrigentino dove il tempo non si è fermato, ma ha scelto di camminare piano, custodendo ogni passo.
È Sambuca di Sicilia, borgo di origine antica, intreccio di vicoli, cortili e piazze che per generazioni sono stati scuola di vita prima ancora che paese.
Per raccontare cosa significhi appartenere davvero a un paese, ho scelto di ascoltare chi lo ha vissuto quando le strade erano piene di voci e non di automobili, quando il gioco era condivisione e non isolamento.
Ho incontrato mia nonna, Giuseppina Guzzardo, che da 68 anni abita Sambuca e ne custodisce la memoria come un bene prezioso.

L’ho intervistata per capire cosa significa davvero appartenere a un posto, viverlo, custodirlo e tramandarlo.
Nonna, che cosa ti lega a questo posto?
Tutto. Qui sono nata, qui ho cresciuto i miei figli e ora guardo crescere voi. Ogni pietra, ogni vicolo, ogni tramonto mi ricorda chi sono. Sambuca è casa. Mi lega l’odore del pane caldo nei vicoli, le campane che suonano al mattino, le voci delle persone che si salutano per nome, le feste. È un legame che non si spezza. Qui ho imparato il vero valore della famiglia, del lavoro, del rispetto per le tradizioni. Sambuca non è solo il mio paese: è il mio cuore.

Le sue parole restituiscono un’immagine nitida di comunità: non un insieme di case, ma un intreccio di relazioni. Un luogo dove il senso civico nasceva spontaneamente, perché la piazza era di tutti e tutti ne erano responsabili.

Qual è il ricordo più bello che ti lega a questo posto?
Il giorno del mio matrimonio, il 30 settembre 1976. Era autunno, e il paese sembrava più bello del solito. Le donne lanciavano petali dai balconi, la chiesa era piena. Non avevamo grandi disponibilità, ma c’era tanto amore. Ricordo la felicità di camminare per quelle strade accanto all’uomo che amavo, con tutti intorno a festeggiarci. Ricordo anche le risate dei bambini, protagonisti dei giochi di una volta. Non c’erano schermi, ma tanta fantasia e voglia di stare insieme.
Andando indietro nel passato, ricordi i giochi che facevi da piccola?
All’epoca non c’erano giocattoli veri, ma la fantasia non ci mancava. Giocavamo a mucciareddu, a la campana e a lu iocu di la corda. Bastava un pezzo di carbone per disegnare per terra e il divertimento era assicurato. Spesso giocavamo anche a fingere di cociri, con pietre e foglie come ingredienti. Quei giochi semplici ci regalavano momenti di pura felicità.
C’era qualche gioco in particolare che ti piaceva?
Mi piaceva molto lu iocu di la corda, saltare con le amiche era una gara continua. Ma amavo anche fare le bambole con gli stracci: le vestivano, le portavamo a passeggio. Erano oggetti poveri, ma pieni di affetto. Ogni bambola aveva un nome, una storia. Forse era un modo per sognare, per immaginare un futuro diverso.
Quali erano gli spazi di gioco?
Giocavamo per strada, ni li curtiglia. Le strade erano sicure, i vicoli erano il nostro mondo. Bastava uscire di casa per ritrovarsi in compagnia. A volte ci rifugiavamo sotto gli ulivi. Non c’erano orari fissi: si giocava finché non ci chiamavano per rientrare. Ora nelle stesse piazze, dove un tempo giocavamo, restano solo auto parcheggiate.

Quali oggetti utilizzavate? Ma costruivi tu i tuoi giochi?
Sì, spesso costruivamo da soli i giochi. Usavamo tutto ciò che trovavamo: pezzi di legno, stoffe vecchie, sassi. Con la fantasia si trasformavano in qualsiasi cosa: una cucina, un letto, un mercato. Non avevamo molto ma ci bastava. Ci insegnavano anche a cucire, così cucivamo i vestiti per le bambole o per noi stesse, per gioco.

C’erano differenze tra giochi maschili e giochi femminili?
Sì, c’erano differenze ben precise. I maschi costruivano i cosiddetti carruzzuna, giocavano con le trottole, facevano gare di corsa. Noi bambine giocavamo a mamma e figlia, cucivamo,imitavamo la vita degli adulti. Era la società che imponeva certe divisioni. Ma nonostante tutto, c’era rispetto e si condivideva tanto. Oggi le cose sono diverse, ma quei giochi ci hanno insegnato tanto, soprattutto a stare insieme.

Raccontare storie come la sua significa raccogliere un’eredità preziosa: quella di un paese che vive nei ricordi e nei valori condivisi: un bene comune da amare, proteggere, affinché Sambuca continui a essere non solo luogo, ma anche una comunità.
Oggi, invece, molte di quelle strade sono silenziose, i bambini e i ragazzi giocano con i cellulari e il paese rischia di diventare solo uno sfondo, non più luogo da vivere. Questo cambiamento rappresenta una criticità: la perdita di occasioni di socialità ed educazione degli spazi comuni.
Il cambiamento non è solo tecnologico: è culturale. La perdita degli spazi condivisi e delle occasioni di socialità rappresenta una sfida per l’intera comunità. Quando la strada smette di essere luogo di incontro, si indebolisce anche il senso di appartenenza.
La testimonianza di nonna Giuseppina non è nostalgia sterile. È una proposta. Recuperare il valore del gioco come momento di incontro, restituire centralità agli spazi comuni, promuovere iniziative che riportino i giovani nelle piazze significa rafforzare il tessuto civico.
Perché un paese vive se viene abitato, attraversato, amato.
Da giovane che oggi vive a Sambuca, sento il dovere di raccogliere questa eredità. Parlare con mia nonna è stato come sfogliare un libro antico, fatto di verità semplici ma profonde. Ho capito che i luoghi diventano speciali solo perché qualcuno li ha amati davvero.
Sambuca può ritrovare la propria anima riscoprendo quei valori che l’hanno resa una vera comunità: rispetto, condivisione, cura del bene comune. Non si tratta di tornare indietro, ma di portare avanti ciò che conta.In un tempo in cui i piccoli centri rischiano di diventare scenografie silenziose, la memoria può trasformarsi in progetto. Perché l’identità non è un ricordo da conservare in un cassetto, ma una responsabilità da vivere ogni giorno.
E Sambuca, finché ci sarà qualcuno disposto ad amarla e a raccontarla, continuerà a battere forte.
Greta Cacioppo, 3^A SAS IISS “Don Michele Arena” Sciacca, articolo partecipante al “Premio Giornalistico Enzo Porrello”