Se avessimo la possibilità di evocare Pieter Bruegel il Vecchio, il celebre pittore fiammingo, e chiedergli cosa penserebbe del comunicato stampa dei sacerdoti di Sciacca che invocano il rispetto del calendario liturgico o della decisione di posticipare il Carnevale (sconfinando oltre la data canonica del Martedì Grasso, proprio mentre oggi, con il Mercoledì delle Ceneri, la comunità cristiana entra ufficialmente nel tempo del silenzio quaresimale), probabilmente risponderebbe con un sorriso amaro.
Bruegel che peraltro ha visitato la Sicilia intorno alla seconda metà del Cinquecento, riconoscerebbe subito quel conflitto tra fede e piacere che dipinse nel 1559 nel suo capolavoro: “Lotta tra Carnevale e Quaresima”. In quella tavola, seguendo il solco tracciato dal maestro Hieronymus Bosch, e riprendendo i giganti quali Rabelais, Erasmo da Rotterdam e Sebastian Brant (cantore del “mondo alla rovescia” e del “paese della cuccagna”), raccontava esattamente ciò che viviamo oggi: l’eterna oscillazione dell’uomo tra la regola e la trasgressione, tra il dovere e la voglia di fare festa.

Lasciandoci guidare dalla lente dell’arte, con la sua capacità di cogliere l’essenza dell’umano e di tradurla in immagini e simboli, ci accorgiamo di quanto poco siamo cambiati. Basta guardare, infatti, il suo grande olio su tavola, oggi tesoro del Kunsthistorisches Museum di Vienna. Il maestro fiammingo ci restituisce attraverso le sue pennellate, un ritratto veritiero di un’epoca così caotica e disordinata sezionando la complessità dell’animo umano e creando una composizione simbolica e speculare tra sacro e profano.

Seguendo la simbologia pittorica medievale, che identificava nella sinistra il lato del peccato e della deviazione morale, la parte corrispondente del quadro è dominata dal Carnevale. Qui la scena esplode in un tripudio di maschere, cibo abbondante e un’osteria: il regno del godimento. Al centro di questo caos festoso, un uomo corpulento guida la parata cavalcando un barile di vino e impugnando uno spiedo come se fosse una lancia. Per noi saccensi, quell’immagine è familiare: è l’anima dei nostri “schiticchi”, è lo spirito del nostro “Peppe Nappa”, simbolo del Carnevale di Sciacca e di un divertimento beffardo e senza freni.

È il momento del “Carnem levare”: l’atto rituale di “togliere la carne” prima del digiuno quaresimale.
In questo scontro tra mondo opposti, i simboli dicono tutto. Il grottesco di Bruegel, con i suoi nasi enormi e i ventri prominenti, rivive oggi nei carri allegorici che esorcizzano la realtà con satira e teatralità. Le coreografie dei gruppi e le danze ritmiche delle processioni affondano le radici nella notte dei tempi, richiamando l’antica massima latina “Semel in anno licet insanire”. Una volta l’anno è lecito impazzire: quel momento sacro in cui le gerarchie si ribaltano e la legge si sospende. È qui che vediamo concretamente ciò che spiegava Michail Bachtin: il Carnevale come “mondo alla rovescia”, uno spazio di libertà temporanea dove il popolo si rigenera attraverso il riso e l’abbondanza. È il trionfo del “Carpe Diem” oraziano tradotto in rito collettivo, un invito a cogliere l’attimo fuggente prima che il rigore quaresimale imponga il suo silenzio. Come cantava Lorenzo il Magnifico, conscio della fragilità di ogni gioia umana: “Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”. La città di Sciacca si trasforma per l’occasione in un palcoscenico, come suggerisce Bachtin, la vita stessa recita sé stessa, sospendendo per pochi giorni il peso del tempo lineare .In questo ribaltamento delle gerarchie, emerge lo scontro profondo tra due visioni del mondo: se la tradizione difende il tempo ciclico stabilito fin dal Concilio di Nicea del 325 d.C., la modernità impone oggi un tempo lineare dettato dal consumo.
Dall’altra parte della tavola, però, c’è la Quaresima: una donna magrissima e pallida che impugna una pala con delle aringhe, circondata da simboli di preghiera e lavoro. In questo caos ordinato spicca la figura della follia che osserva dall’alto, ricordandoci che eccesso e rigore sono due facce della stessa vulnerabilità umana.

Oggi, la questione si è fatta più complessa. La spinta a voler “sprovincializzare” la festa, allungandone i tempi o posticipandola oltre la Quaresima per assecondare logiche commerciali o i capricci del meteo, nasconde un’insidia sottile. Rischia, come suggerirebbe il premio Nobel László Krasznahorkai, di provocare una “perdita di senso”: una modernità che, nel tentativo di rendere tutto fruibile e vendibile, svuota il rito della sua anima più autentica.
Sciacca si ritrova oggi esattamente nel mezzo di questa tavola fiamminga. Le due anime della città, quella festaiola e quella devota, sono costrette a guardarsi in faccia, a confrontarsi e a sfiorarsi proprio come le figure speculari nella piazza di Anversa. Bruegel amava ritrarre le contraddizioni della sua epoca lasciandole convivere sulla tela, senza la pretesa di risolverle; oggi la nostra comunità è chiamata a fare lo stesso. La vera sfida non è scegliere uno schieramento, ma abitare quel confine sottile in cui l’esigenza di rinnovare una festa ormai secolare incontra il desiderio di preservarne il rito sacro. È proprio in questo confronto perenne, in questa tensione mai del tutto risolta tra l’abbondanza del Carnevale e l’astinenza della Quaresima, che risiede la forza di una città capace di “custodire sia la gioia della festa sia la profondità del tempo quaresimale”.