Quando la terra trema o si sgretola non sono soltanto case e strade a cadere o ad essere inghiottite dal vuoto. È l’intera idea di comunità, legata alla garanzia di un luogo sicuro, è l’idea stessa di futuro che viene messa in discussione. 

È quello che sta accadendo negli ultimi giorni nella cittadina di Niscemi, balzata suo malgrado agli onori delle cronache nazionali e internazionali per una frana di proporzioni eccezionali, che continua a muoversi, minacciando di inghiottire letteralmente interni pezzi di paese. Con migliaia di suoi abitanti costretti ad abbandonare le proprie abitazioni, per sempre. 

Tutto ha avuto inizio con una prima frana segnalata già nella prima metà del mese di gennaio, in un’area caratterizzata da suoli argillosi e da un dissesto idrogeologico noto da molto tempo. La situazione è poi precipitata tra il 18 e il 25 gennaio, quando il ciclone Harry ha colpito violentemente la costa ionica della Sicilia orientale saturando il terreno e riattivando il dissesto, facendo cedere un’estesa fascia di collina nei pressi del tessuto urbano di Niscemi. 

Circa 500 residenti sono stati stati subito evacuati per precauzione, mentre si aprivano crepe profonde e si registravano lesioni sull’asfalto e cedimenti delle infrastrutture. 

Nei giorni successivi la situazione è rapidamente degenerata. Il fronte di frana definita a “scorrimento” ha raggiunto un’estensione di circa 4 chilometri, con movimenti di terreno attivi e nuove zone di rischio aperte. La Protezione Civile ha dichiarato una zona rossa intorno all’area più pericolosa, con l’evacuazione complessiva di oltre 1.500 persone e la sospensione delle attività scolastiche. 

Per capire meglio il perché di quest’estensione, bisogna capire cos’è una frana a scorrimento: come spiegato bene dal canale “Geopop”, per questo tipo di frana avviene una rottura che va in profondità, man mano più in orizzontale, lungo una superficie di scorrimento. Nel caso di Niscemi, bisogna immaginare il terreno come una serie di livelli o strati di roccia. Tra questi strati, molto spesso, si trova argilla, un sedimento naturale impermeabile che, quando incontra l’acqua, crea una specie di pellicola lubrificante; di conseguenza, tutte le rocce sopra questa pellicola tendono a muoversi verso il basso. Con intense piogge, le rocce assorbono acqua, appesantendosi di conseguenza, causando una rottura e facendo scorrere tutto verso valle.

La situazione resta dinamica: l’erosione continua, tanto che in pochi giorni il fronte è avanzato di alcuni metri, e un’altra palazzina è crollata pochi giorni fa, confermando come il fenomeno non sia ancora stabilizzato.

Nei giorni a seguire il tragico evento in molti si sono chiesti se si potesse prevenire. Facendo una ricerca sul sito https://idrogeo.isprambiente.it/app/ si può notare come lungo il versante nord ovest, dove si è verificato l’evento calamitoso, fosse già mappata una frana.

Anche il governo ha annunciato un’indagine amministrativa per capire per quale ragione non siano state adottate misure di prevenzione dopo analoghi segnali di rischio tra i quali in particolare una frana importante nel 1997, quando la stessa collina ebbe a mostrare cedimenti. 

L’evento franoso di  Niscemi è un caso che invita a riflettere non solo sulle cause meteorologiche immediate (piogge torrenziali, cicloni subtropicali) ma anche su problemi più profondi: l’uso del territorio, la sottovalutazione del rischio idrogeologico e la lentezza degli interventi preventivi.

Se la zona è nota da secoli per la sua instabilità, come evidenziato da storici e geologi, la domanda che si impone è se basti il riconoscimento del pericolo o se sia necessario un cambiamento strutturale nel modo di pianificare, costruire e vivere nei territori a rischio. 

Il crollo di un fronte di 350 milioni di metri cubi di terra secondo fonti ufficiali indica che non si è trattato di un evento isolato, ma di un processo di degrado che covava da tempo, ragion per cui è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai pieno. 

Mentre ci si pongono interrogativi di vario genere, bisogna anche pensare a quello che oggi resta di Niscemi: un luogo sospeso tra la la tragedia e la speranza. Migliaia di persone si ritrovano improvvisamente sfollate, senza casa, con l’incertezza di un improbabile ritorno per alcuni e la consapevolezza di aver perso la propria casa per altri. 

Questo tragico evento deve fungere da ulteriore monito per tutti noi sulla fragilità del territorio, e di quanto sia urgente che le istruzioni destinino fondi alle opere di di prevenzione per mitigare il rischio, diventando questa la priorità per ogni ogni comunità cittadina ubicata su una collina, su una costa, ai margini di un fiume.