di Don Gino Faragone

A guardare più da vicino alcuni avvenimenti delle nostre comunità ecclesiali si coglie l’impressione che siamo più preoccupati di conservare tradizioni, riti, piuttosto che essere sale e luce.

Ci contiamo e ci accorgiamo di essere in pochi, sempre di meno: cerchiamo allora di fare proseliti, di convincere gli altri della bontà delle nostre iniziative.

Tutto inutile o quasi.

Dovremmo investire di più nella cultura del dialogo per contrastare il fanatismo e il fondamentalismo di alcune nostre comunità. Il vero problema non è il numero dei cristiani, ma il loro essere sale e luce. Non è per noi importante negoziare alcuni valori con coloro che esercitano il potere, ma far sentire il sapore del vangelo per illuminare meglio il quotidiano della vita.

La nostra missione non è quella di occupare tutti gli spazi, in particolare quelli più in alto, ma quella di annunciare la gioia, condividere la passione dell’uomo. La fedeltà al Signore si misura dalla capacità e dall’impegno nel dialogo. Rifiutarsi al dialogo è un atto grave di vigliaccheria e di infedeltà allo stile evangelico.

I vangeli ci mostrano un Gesù che sta con la gente, che vive e sopporta il giogo politico, che difende la dignità di ogni persona, che promuove il ruolo delle donne. Un Gesù che manifesta un particolare interesse di Dio per ogni uomo. Dio non ha smesso di cercare l’uomo, di fargli sentire tutta la sua passione e la voglia di condividere il mistero di questa vita.

I nostri pastori non possono non impegnarsi nel dialogo, partecipare alla fatica quotidiana dell’evangelizzazione da parte dei presbiteri, tentare un rapporto amicale, essere più vicini alle comunità parrocchiali. Un dialogo avendo come maestro esemplare Gesù mite ed umile nel rispetto della libertà di ogni singola persona. Un dialogo che diventa preghiera e gesto grande di carità.

E’ magra consolazione contentarsi delle folle nelle ricorrenze delle feste locali.

Nel resto degli altri giorni avvertiamo il deserto, il silenzio, il disinteresse per quello che annunciamo e facciamo. Creano più interesse un festival e una partita di calcio piuttosto che una veglia pasquale.

Il linguaggio cultuale che utilizziamo è distante dai problemi della gente comune e spesso incomprensibile. A leggere certi documenti facciamo fatica a intravedere in chi li ha stilati persone che vivono tra la gente, che respirano la stessa aria e sopportano il peso quotidiano della vita. Certe distanze le creiamo proprio noi, per cui le nostre proposte sembrano artificiali.

Don Gino Faragone