“Il contesto è drammatico e asfissiante: siamo in un momento politico buio, un’aria pesante fatta di mazzette e arresti.”

Con queste parole ha esordito ieri sera il deputato siciliano, Ismaele La Vardera al Castello Incantato di Sciacca. La profonda crisi è palese e la politica appare “ubriacata dalla poltrona, intrappolata in un’orgia di potere”.

L’irruzione di La Vardera è un atto  Controcorrente che infrange il muro del silenzio e dell’omertà.

Il suo messaggio è perentorio e non negoziabile: “abbiamo l’obbligo di credere nel cambiamento… lottare contro le angherie e la mafia.” Non propone una semplice alternativa, ma una speranza concreta, un’azione di ribellione politica volta a denunciare il sistema malato ma nello stesso tempo offrire soluzioni e proposte per costruire una politica onesta e trasparente, immune dalle forze della mafia e della corruzione. Resta da vedere, tuttavia, se l’impeto della sua denuncia basterà a scuotere la radicata struttura del potere siciliano.

Una figura così netta, nel clima siciliano di disincanto e rassegnazione, porta inevitabilmente l’osservatore ad associare il suo ruolo al mito.

La sua postura nel panorama siciliano richiama l’archetipo di Prometeo: colui che rubò il fuoco divino per illuminare l’umanità, sfidando la tirannia dell’Olimpo. Il Prometeo contemporaneo, non ruba il fuoco, ma il sapere e la veritànascosta. La sua lotta non è un urlo isolato, ma un impegno che comporta rischi evidenti. Come Prometeo fu punito, La Vardera accetta le conseguenze dell’essere controcorrente vivendo da mesi sotto scorta per le sue denunce pesanti, come la malasanità e il malaffare.

Un nuovo Faro si accende così per indicare la via d’uscita, come strumento  di  sensibilizzazione dell’opinione pubblica. 

L’obbligo è credere in un cambiamento dove il “latte” della Regione torni a nutrire la comunità e non solo le tasche dei soliti noti. Non si può accettare che Mamma Regione sia ridotta a una vacca da mungere, le cui “minne” a cui aggrapparsi sono i fondi pubblici prosciugati dalla corruzione.

Tuttavia, è su questo punto che si scontra l’azione del singolo con la storia collettiva. La millenaria storia della Sicilia, crocevia di civiltà e decine di dominazioni, ha generato un profondo fatalismo e disincanto. I Siciliani attendono da sempre un “liberatore”, alimentando un’apatia che si manifesta nel cinismo e nella rassegnazione.

La speranza suscitata da La Vardera è innegabile, ma qui si annida il rischio:  sarà Ismaele La Vardera, il nuovo Prometeo? Sarà l’ennesimo liberatore atteso in una terra troppo stanca e martoriata?

L’errore storico è sempre quello di delegare il riscatto a un singolo individuo. La speranza offerta non può e non deve essere interpretata come l’attesa messianica di un eroe che sistema tutto. Il movimento di La Vardera non è solo un’alternativa politica ma si propone di esser un catalizzatore che impone un cambiamento di mentalità collettiva insieme ad una classe dirigente coraggiosa tutta da costruire.

La domanda fondamentale quindi, non è più se La Vardera è il liberatore, ma se la società siciliana sia finalmente pronta a liberare sé stessa. Il tempo galantuomo, come sempre,  darà le risposte.

Avatar photo

Di FILENA RIZZUTO

Sono esperta in comunicazione internazionale e mi occupo di ospitalità di lusso.In questi anni ho capito che in vacanza la vera ricchezza è scoprire le cose semplici e genuine del paese in cui si è ospiti. Per questo adoro condividere le tradizioni, la bellezza e il buon cibo e racconto piccole storie che fanno grande la nostra storia, provando a stuzzicare il piacere della scoperta di Sciacca e delle "cose" di Sicilia.