

Il Melqart di Sciacca è oggi considerato uno dei reperti più importanti per comprendere la presenza dei Fenici in Sicilia. Il bronzetto fenicio, infatti, rappresenta una possibile prova della colonizzazione fenicia in Sicilia in epoca molto più antica rispetto a quanto tradizionalmente ritenuto.
Siamo di fronte a uno dei problemi più affascinanti che si è prospettato agli studiosi negli ultimi settant’anni: quello della colonizzazione fenicia in Sicilia e, più in generale, della presenza dei Fenici in Occidente prima dei Greci. Due cose sono sicure: Primo, la statuetta del Melqart proviene da Ugarit in Siria e si trovava su una nave fenicia, come dimostrano analoghi reperti. Secondo: la sua datazione è compresa tra il XIII e il XII secolo a.C.


Questo cosa comporta? Comporta che siamo quasi sicuri che i Fenici in Sicilia prima dei Greci siano una realtà storica possibile. In realtà è da più di un secolo che gli esperti sono divisi in due correnti opposte: una è “panfenicia” e l’altra “antifenicia”. La prima è a favore di una datazione alta per la colonizzazione fenicia in Sicilia (XIII-XII sec. a.C.); l’altra sostiene una datazione bassa (VIII sec. a.C.), cioè dopo la fondazione di Cartagine.
Tutto parte da Tucidide che scrive: “Anche i Fenici abitavano qua e là per tutta la Sicilia, dopo aver occupato i promontori sul mare e le isolette vicine alla costa, per facilitare i rapporti con i Siculi… Quando poi vennero d’oltremare in gran numero i Greci, essi sgombrarono la maggior parte del Paese e si concentrarono a Mozia, Solunto e Palermo, dove abitarono vicino agli Elimi, rassicurati dalle alleanze degli Elimi stessi e dal fatto che da quel punto della Sicilia distava pochissimo da Cartagine.”
Il prof. Vincenzo Tusa e il prof. Sabatino Moscati sono stati gli alfieri di questa certezza storico-archeologica basata proprio sul bronzetto fenicio del Melqart di Sciacca, le cui caratteristiche iconografiche riportano alla tradizione ugaritica del dio del fulmine fenicio.
Il Melqart di Sciacca, in pratica, è l’unico reperto che possa testimoniare che i Fenici avevano degli empori fenici in Sicilia, se non proprio dei veri insediamenti fenici sulle coste siciliane, ancora prima dei Greci.
In un convegno del 2012 tenutosi a Caltanissetta (“Dal mito alla storia. La Sicilia nell’Archaiologia di Tucidide”, Atti dell’VIII Convegno su Tucidide e la colonizzazione fenicia in Sicilia, pp. 253-263) si afferma: “l’unico elemento che potrebbe indicare una sorta di ‘pre-colonizzazione fenicia dell’isola’ rimane il ben noto bronzetto […] interpretato variamente come Melqart o Reshef. Il reperto, attribuito generalmente al XIV-XII sec. a.C., è stato più di recente rivisitato da Gioacchino Falsone che lo ha datato ai primi secoli del I millennio, inserendolo nell’ambito della produzione bronzistica fenicia egittizzante, ben attestata nei bronzetti di Huelva e Cadice.”
Ecco quindi come il ritrovamento avventuroso in mare del nostro bronzetto fenicio di Sciacca può essere determinante per chiarire una delle pagine più affascinanti della storia dei Fenici nel Mediterraneo e della colonizzazione della nostra isola in tempi molto lontani.
I Fenici, abili navigatori e commercianti, utilizzavano il Mar Mediterraneo per esportare legname, porpora (ottenuta dai murici) e sale, impiegato per conservare tessuti come il lino e alimenti da scambiare con altri popoli. Conoscevano le rotte commerciali fenicie, sapevano orientarsi anche di notte e dominavano la navigazione antica.
Per difendersi dalle tempeste, sulle loro navi non mancavano oggetti votivi: tra questi, la statuina di un dio protettore dei naviganti, il nostro Melqart.