Era il novembre del 1970. Incontrai il Prof Vincenzo Tusa, Soprintendente alla Antichità per la Sicilia Occidentale , sulle scale di Via Bara all’Olivella, sede del suo ufficio. “Professore, ho finito tutti gli esami, compresi i due corsi di Antichità Puniche con Lei. Devo fare la tesi di laurea.” “Signorina, chi è lei?” “Sono di Sciacca, sono una sua allieva” “Ah, lei è di Sciacca?-allora faccia la tesi sulla statuetta fenicia trovata dal peschereccio” E se ne va.

Il Prof. Vincenzo Tusa

Da allora, comincia la mia disavventura alla ricerca delle radici di un reperto ancora misterioso e conteso (allora non ne ero a conoscenza) conteso- dicevo- tra la Soprintendenza di Palermo, rappresentato da Tusa e il Museo Archeologico di Agrigento, rappresentato dal Prof. Bonacasa, titolare della cattedra di Archeologia Classica di quel tempo.

La prima persona a cui mi sono rivolta per saperne di più sulla statuetta fu il Prof. Stefano Chiappisi. Lo andai a trovare a casa sua. A lui si doveva la prima pubblicazione sull’argomento “Il Melkart di Sciacca e la questione fenicia in Sicilia” Roma 1961. Il professore Chiappisi fu il primo ad identificare la statuetta con il dio fenicio Melkart. Mi parlò di tutte le traversie e le controversie che si erano succedute nel tempo dal giorno in cui il reperto si era impigliato nelle reti del peschereccio “Angelina Madre” dell’armatore Michele Scaglione nel Gennaio 1955. Facevano parte dell’equipaggio Santo Vitale, Giuseppe Licata, Antonio Catanzaro e Giuseppe Catanzaro. Il peschereccio procedeva con rotta da Nord a Sud in corrispondenza dell’arco della costa sicula-mediterranea che va da Capo Granitola a Capo San Marco.

Il recupero della statuetta dovrebbe essere avvenuto a sud dei Banchi di Graham, a non meno di venti miglia dalla costa, dove le carte nautiche e l’esperienza marinara indicano l’esistenza di banchi fangosi con andamento batimetrico dai 31 ai 58 metri, idonei e consueti per la pesca a strascico ( Dott. Francesco Militello . Il Melkart di Sciacca sub specie iuris. 1963.) Dopo aver liberato la statuetta dalle incrostazioni marine, Santo Vitale, inconsapevole dell’importanza del “pupo”, pensò di esporla nel negozio di generi alimentari gestito da suo padre Calogero, nel quartiere di San Michele. Ma qui attirò l’attenzione di Giovanni Tovagliari, collezionista d’arte e antiquario, che pagò al Vitale duemilacinquecento lire per avere la statuetta. (S. Chiappisi. op. cit.). Tovagliari aveva intuito l’importanza di quel reperto e pensò di sottoporla all’attenzione del Prof. Chiappisi che subito ne intuì la provenienza e la fattura fenicia. L’opinione pubblica saccense fu informata del ritrovamento da un articolo comparso nel Giugno 1956 nella rivista “Kronion”. Fu allora che la Soprintendenza di Agrigento richiese al Tovagliari la consegna immediata della statuetta. Tovagliari, per sfuggire a quell’obbligo, pensò di farne donazione al Comune di Sciacca. Ma nell’Agosto 1957, l’Avvocatura dello Stato lo denunciò per la omessa consegna e procedette contro di lui. Sopraggiunta intanto la morte di Tovagliari il reato fu considerato estinto dal Pretore di Sciacca e la stauetta fu affudata a Mons. Cassar affinchè fosse conservata nella biblioteca Comunale. La battaglia scatenatasi intorno al Melkart era appena iniziata. Michele Scaglione, armatore del motopeschereccio “Angelina Madre”, ne chiese il sequestro giudiziario in quanto il reperto doveva essere dichiarato di sua proprietà. Sequestro eseguito l’11 Febbraio 1960. Ma anche il Comune di Sciacca si costituì in giudizio, chiedendo che venisse rigettata la domanda dell’armatore in quanto la statuetta era del Comune che l’aveva ricevuta in donazione da Tovagliari. Cosa che veniva negata dai suoi eredi. Insomma un grande caos giudiziario che il dott. Militello riassume nella sua pubblicazione già citata. 

Sta di fatto che il 22 Dicembre 1962 il Tribunale di Sciacca dichiarò che la statuetta fenicia denominata “Melkart di Sciacca” era di proprietà dello Stato e come tale doveva essere consegnata al Soprintendente alle Antichità di Agrigento mentre all’armatore Scaglione spettava un premio previsto dalla legge. Dopo una permanenza ad Agrigento, il bronzetto viene portato al Museo Archeologico Regionale “Salinas”. Il perchè di questo trasferimento l’ho scoperto in sede del mio esame di laurea, quando tra Tusa e Bonacasa si scatenò una disputa dovuta allo “scambio” operato tra il Melkart e un famoso cratere greco. Uno scambio insomma tra i due musei. Cose sconosciute e ignote a noi comuni mortali. Con la tesi sul Melkart , il 22 Novembre 1972 mi sono laureata “faticosamente” e come mi disse allora il prof. Bonacasa “Signorina, lei si è fatta intrappolare come un uccellino dal miglio”, intendendo che ero ingenuamente caduta nella trappola di una contesa tra due musei di cui non ero a conoscenza. Con tutto ciò, dopo la laurea, andai da Gaspare Cascio e feci fare una riproduzione fedelissima in ceramica del Melkart che regalai al mio relatore, il chiarissimo prof. Vincenzo Tusa che ne rimase entusiasta. Quanto alla questione fenicia in Sicilia…mi propongo di parlarvene in seguito.