“Parte del Pd è all’oscuro di tutto ciò che si vocifera in Città e di ciò che arriva ai media locali. L’ultima convocazione di un organo di partito, Direzione, risale allo scorso 25 giugno, da allora vari esponenti di partito, senza un mandato da parte degli Organi preposti, hanno espresso opinioni e dichiarazioni che sarebbe stato opportuno definirle personali. Alla luce degli ultimi avvenimenti chiediamo, anche a nome di tanti iscritti che hanno espresso il loro disappunto, una convocazione urgente dell’Assemblea di Partito, che non è stata ancora convocata con la partecipazione dei nuovi iscritti”.
Chi scrive questa nota inviata alla stampa sono Sylvana Ambrosino, Vice Segretaria Pd di Sciacca e Daniele Lo Cascio, membro della Segreteria Pd di Sciacca, membro dell’Assemblea Regionale del Pd, membro dell’Assemblea Provinciale del Pd.
Basterebbero queste semplici parole a far comprendere la situazione di totale caos che caratterizza il Partito Democratico di Sciacca, diventato terreno di aspra contesa tra il deputato regionale e capo gruppo del PD all’ARS on. Michele Catanzaro da una parte, che fa riferimento alla componente riformista del partito guidata dal vice segretario nazionale Bonaccini, e il sindaco di Sciacca, Fabio Termine, che dopo aver liquidato Mizzica ed essersi tesserato “segretamente” al PD con i suoi proseliti a fine 2024 si è posto alla testa della componente cosiddetta di sinistra che a livello nazionale fa riferimento alla segretaria del partito.

Dopo il tesseramento di dicembre quello che era il regno incontrastato dell’on. Michele Catanzaro, nel quale le ordinarie dinamiche di un livello politico cittadino di partito faticavano già a funzionare, è diventato una sorta di campo di battaglia nel quale i due contendenti (Catanzaro e Termine) neanche si parlano, figurarsi confrontarsi.
Più che un scontro tra la componente riformista e quella di sinistra, con esplicito riferimento alle vicende di netta divisione in due del PD siciliano, a Sciacca sembra un un duello rusticano tra due personalità politiche che per motivi diversi hanno un ego politico sviluppato, che giorno dopo giorno si è andato progressivamente estendendo ai consiglieri comunali che come PD sostengono la giunta e agli stessi assessori in quota PD.
Fino al punto di non presentarsi in consiglio comunale.
Fa semplicemente sorridere la motivazione ufficiale, sia dal punto di vista di chi la chiede che da quello di chi fa finta di nulla e continua imperterrito per la sua strada: la rimodulazione delle deleghe assessoriali per ridare slancio all’azione amministrativa.
La giunta Termine ha cambiato ben tre assessori rispetto al suo impianto iniziale e sono subentrati Leonte, Curreri e Di Paola. Il rilancio dell’azione amministrativa può mai passare da una semplice rimodulazione delle deleghe assessoriali?
La verità è un’altra e ben diversa. Dopo il golpe del tesseramento dicembrino di Termine & C. , in giunta permangono tre fedelissimi di Termine dell’era Mizzica (Sinagra, Patti e Dimino) che pur essendo adesso tesserati nel PD non vengono considerati come diretta espressione e rappresentanza amministrativa del PD di Michele Catanzaro. Per di più l’assessore Sinagra è stata oggetto di critiche, dirette e indirette, sia da parte dell’opposizione che della stessa coalizione che sostiene la giunta Termine, nella quale figura anche Daniela Campione che dopo la fine di Mizzica rappresenta i Verdi e reclama una rappresentanza in giunta.
Insomma, un gran bel casotto, nel quale gli interessi in chiave personalistica rischiano di prevalere su quelli diffusi della collettività, riducendo sempre di più la politica cittadina ad un livello di avanspettacolo.