I 100 anni dalla nascita di Pippo Fava, martire della libertà di stampa.
«A che serve essere vivi se non c’è il coraggio di lottare?»
Ieri sera il giardino dell’ex monastero di Santa Caterina a Sciacca, con le sue antiche mura sfiorate da unventicello freddo d’autunno, ha accolto un pubblico raccolto, trasformando l’omaggio a Pippo Fava in un vibrante imperativo etico.


L’evento, intitolato “Sfogliando le pagine. Cento anni dalla nascita di Pippo Fava Scrittore 1925/2025”, ha rappresentato un omaggio doveroso a un intellettuale poliedrico come Giuseppe “Pippo” Fava.

Nato nel 1925 e assassinato da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984, fu infatti un martire della libertà di stampa e una figura complessa: giornalista d’inchiesta, scrittore, drammaturgo, sceneggiatore e persino pittore-ritrattista.
Il titolo, “Sfogliando le pagine”, si è rivelato la chiave di lettura perfetta per comprendere un personaggio complesso come Pippo Fava.
Le Catarinette, hanno evitato la narrazione biografica fredda, conducendo il pubblico in un viaggio emotivo che ha alternato passaggi attenti della sua biografia e brani dalle sue opere con musiche e ballate antiche, rendendo tangibile la vita di Fava attraverso le sue stesse parole.
L’incontro, definito dalla vulcanica Anita Lorefice “semplice ed elementare” nella formula ma straordinariamente arricchente nei contenuti, si è distinto per il suo spirito mai cattedratico, dove il grande intuito e il coraggio di Fava hanno trovato nuova voce.

La grandezza di Fava non risiedeva solo nel giornalismo “scomodo” e nel coraggio intellettuale de I Siciliani – la rivista che, con l’inchiesta sui “Cavalieri di Catania e la mafia”, segnò la sua condanna. La sua denuncia si propagava attraverso il legame sapientemente esaltato durante la serata tra le arti sorelle. Fava fu infatti tra i primi a disvelare la mafia non come “malavita da strada”, ma come un “sistema di potere” – una denuncia profetica riassunta nella celebre frase: «I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi… sono ai vertici della nazione».
Questa stessa indagine sulla corruzione e sull’essenza del potere trovava espressione potente anche nelle sue opere: dalla forza delle sue opere teatrali (La violenza, Ultima violenza) alla sceneggiatura cinematografica (Palermo oder Wolfsburg, Orso d’oro a Berlino nel 1980). Nelle sue creazioni, spesso toccate dal grottesco, Fava non faceva altro che trascrivere le sue denunce, svelando l’humus della Sicilia e la sua complessa verità attraverso la lente artistica.
Per chi, come la scrivente, non era ancora nata all’epoca della tragica scomparsa di Fava, avvenuta poco dopo aver ricevuto il macabro “regalo” di ricotta e champagne, secondo la simbologia mafiosa: “ti ridurremo in poltiglia come la ricotta e brinderemo“, questa iniziativa ha rappresentato un approfondimento fin inestimabile valore.
L’appuntamento si è rivelato come un esempio virtuoso di memoria viva e formativa.
Il merito va soprattutto alle “Catarinette”, che hanno a loro modo raccolto e onorato l’eredità di Fava: “sfogliando le pagine” di un passato doloroso ma di incredibile attualità, hanno trasformato la commemorazione in un urgente imperativo morale a non dimenticare.
