Alcune domande di Walter Veltroni e le risposte di Ivano Fossati tratte dall’intervista pubblicata oggi sul Corriere della Sera:

A proposito di autotune, questa società sta smarrendo la differenza tra la realtà e la manipolazione, tra il vero e il falso?

È la regola di oggi. Per esempio negare l’evidenza, negare la verità, sovvertire la verità è diventata la regola alla quale bisogna, con tutte le forze che abbiamo, non assuefarci. Perché se caschiamo in questa rete è veramente la fine della coscienza, è la fine del pensiero. E poi, a cascata, diventa la fine del diritto e l’inizio di tutti gli orrori che vediamo. La manipolazione sta prendendo il sopravvento su tutto. Non è un caso che i grandi potentati o i super miliardari si dedichino a quel settore, perché probabilmente è quello che paga di più. Paga non solo in denaro. È un progetto di cambiamento della società. È l’intelligenza artificiale del pensiero».

Esistono anticorpi?

«Anche qui ci vuole il fisico per resistere. Ma la gente ce l’ha. In questi giorni di piazze piene mi sono reso conto che la gente ce l’ha, il fisico. Questo discernimento, questa forza, questa rottura del silenzio, questa capacità di prendere decisioni che quelli che sarebbero preposti non prendono, mi ha emozionato. La lucidità c’è, c’è tutta la lucidità del mondo. È ancora lì. Io per un periodo lunghissimo mi sono convinto che fossimo tutti anestetizzati e che non ci sarebbe stata più speranza di vedere reazione nelle persone. E invece, finalmente, mi è sembrato di respirare. La gente c’è, il pensiero c’è. “E pensare che c’era il pensiero”, diceva Gaber. C’è ancora, limpido, e si è trasferito in questi ragazzi. Io e mia moglie Mercedes siamo andati a portare un carico di aiuti per la Palestina a Music for Peace, qui a Genova. E lì ho cominciato a rendermi conto, a sorridere… Quando ho visto le signore anziane con la sportina che avevano fatto una spesa magari di pochi euro, ma erano in fila, con l’allegria di chi fa del bene. E i ragazzi che raccoglievano e organizzavano i pacchi… In quel momento ho detto sono loro, sono loro, quelli che vincono».

Sei stato alla grande manifestazione di Genova?

«Sì, non si vedeva nulla di simile da tempo. Quando ho sentito i portuali parlare in quel modo e ho visto le facce di chi c’era, facce normali di persone normali, mi sono detto: ma allora non è tutto perduto, allora ci siamo, ci siamo ancora… In quello che sta accadendo c’è una sostanza umana che non ha neanche più molto di politico. È solo umanità. Quello che pensavamo di aver perduto. È qualcosa di sganciato dalle logiche fredde, spesso ciniche, della politica, dei partiti. La gente quando deve dimostrare che ha capito una cosa te lo manifesta con una forza che ti potrebbe sopraffare. Non è un pensiero che rinasce. Perché non rinasce, c’è sempre stato. Ma aveva paura di esserci e ora si libera. E’ la coscienza, più che pensiero. È la coscienza che esce allo scoperto. In questo momento vedere i palestinesi festeggiare il cessate il fuoco, sia pure con le molte incognite, fa bene al cuore. Tutti speriamo che in nessun modo vengano delusi un’altra volta».

Cosa ti sembra stiamo perdendo più velocemente?

«Il senso del diritto. Quello che era stato costruito in millenni da Atene, o dall’antica Roma. Ci sono voluti duemila anni per costruire quel tipo di diritto, diritto delle nazioni, dei singoli, diritto internazionale. In fondo cosa è la politica di Trump verso gli immigrati o l’assalto alla Flotilla in acque internazionali, se non la spietata dimostrazione che ora non conta nulla se non la volontà del potente di turno? Non il diritto, la forza. Non il pensiero, le armi. Noi ci siamo appoggiati e ci siamo fidati del diritto per decenni e decenni della nostra vita, dandolo per scontato. Ora invece sembra normale eliminare quello che non ti piace. Quello che non voglio vedermi davanti agli occhi va rimosso. In barba al diritto, la nostra legge comune, quello che ci tiene insieme».