L’ho riposto, dopo averlo scritto 3 anni fa. Lo rileggo sempre, come stasera. Perché mi fa pensare a quanto mi scioccarono quei fatti, vivendoli dalla Sicilia a soli 8 anni. Ogni 23 maggio e 19 luglio mi sembra fosse ieri, e ogni anno che passa è come se facessero sempre più rumore, implodono, ed è come se fossero sempre più vicini, invece di allontanarsi.

Era un sabato pomeriggio di maggio apparentemente come tanti altri, avevo da poco compiuto 8 anni. Ero a casa dei miei zii, Bice e Giuseppe, e insieme a mia sorella Giada stavo giocando nella casetta di plastica, con Andrea e Laura, i nostri inseparabili cugini. Io e Andrea indossavamo entrambi quella tuta arancione e quelle scarpe da tennis colorate ancora nuove con gli strappi, di cui andavamo tanto fieri.
“I grandi” erano di là, con la televisione accesa, che già trasmetteva echi di silenzio. Li sentivo mormorare, e capivo che qualcosa di “grave” – che grave sarebbe stato per sempre – e allo stesso tempo di “urgente” era da poco accaduto. Non una cosa da tutti i giorni. Non avevo gli strumenti per capire bene, a malapena sapevo a cosa si riferisse il termine “mafia”, e la serie tv La Piovra – tanto in voga in quel periodo – aveva contribuito a darmene un’idea, seppur romanzata. Un’idea che avevo elaborato con la mente di una bambina, ebbene sì, siciliana. Non potevo capire tutto, ma quell’atmosfera da cui mi sentivo avvolta dentro la casa della Perriera mi trasmetteva sensazioni stranissime, che mai avevo provato prima.
Ero sopra la casetta e tenevo la testa bassa… stavo pensando – pensavo troppo già a quell’età – e mi ripetevo dentro: «E’ successa una cosa brutta, ho paura». Ricordo un solenne silenzio, un silenzio rispettoso, un sentore di lutto, era come se il tempo si fosse fermato, proprio quel sabato pomeriggio del 23 maggio 1992. La percezione di quei momenti era sicuramente amplificata dalla mia giovane età, innocente, impreparata, ma è proprio questo che mi permise di “sentirli” veramente.
Nemmeno due mesi dopo, il 19 luglio, di nuovo, pressapoco allo stesso orario. Ero in spiaggia, sotto casa, e quel giorno non c’era il sole. D’improvviso mia zia Danila si catapulta da casa correndo, quasi piangente, per una comunicazione sconcertante agli altri “grandi”: «Hanno ucciso Borsellino, hanno ucciso Borsellino…!». Rieccole, le stesse sensazioni. Io ero sulla riva, stavo cercando i coralli o stavo rientrando in acqua, non ricordo bene. Mi impressionai.
Due momenti irreversibili, scolpiti nella mia memoria, immortalati per sempre in queste due scene. Ma soprattutto due momenti visti e vissuti con gli occhi e la sensibilità di una bambina che osservava gli adulti. Ricordi distorti, sbiaditi, così vivi come se rimandassero a ieri, e non a 25 anni fa. In un battibaleno ero cresciuta. Ero stata testimone indiretta di due fatti più grandi di me, enormi, che non si potevano cancellare, ma in qualche modo solo interiorizzare. Distanti e vicini. Toccavano e riguardavano tutti, nessuno escluso. Anche e in particolar modo noi bambini. In Sicilia. Diventavano storia scritta e io c’ero.
Da quei giorni in poi la locuzione “Falcone e Borsellino” e l’immagine simbolo che li ritraeva mi divenne non familiare, di più. Mi ci ero affezionata senza saper bene il perché. In qualche modo ero una bambina che sentiva di volerli proteggere. In qualche modo sono una 33enne ancora in contatto con quella bambina, che si commuove al solo pensiero che torna a quei fatti incresciosi del 1992. Molto contribuisce la nostalgia per quell’infanzia che non torna e tra le più belle, legata a persone, affetti e luoghi, ma credo anche che quest’influenza sia inevitabile.
Da quel periodo in poi la strada Sciacca – Palermo ha avuto per me (e non solo) un nuovo e tragico punto di interesse, all’altezza di Capaci. Chi non l’ha mai ripercorsa sollevando lo sguardo alla ricerca di quel garage lassù in alto da dove partì l’innesco? Io sempre. Quel tratto dannato è un luogo di memoria e di rito potente, di preghiera.
Ed è proprio a ricordi del genere che mi aggrappavo quando quei compagni di università al confine tra Emilia-Romagna e Veneto mi chiedevano spesso – a mò di battuta, forse, a senso loro – ogni qualvolta veniva fuori che ero siciliana: «Ma da te, è vero che girate con la pistola?!». Che ci vuoi fare Claudia… cosa vuoi che ne sappiano loro? Limitati a rispondergli con un sorriso o con un pensiero che tieni dentro e che mai riuscirai bene a esternare, a spiegare. Ma va bene così.

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